

Sulla Spagna si stanno spendendo proprio in questi giorni fiumi (!) di parole, e quasi sempre a sproposito. Riteniamo quindi utile proporre la lettura di questo brano dello scrittore e pensatore conservatore basco Miguel de Unamuno, che proprio della decadenza spagnola tratta, facendolo però da un punto di vista del tutto particolare e insospettabile; e che, comunque, può tranquillamente essere applicato a tutti quanti noi e alla nostra condizione attuale, che ci rende inabili a osare l’inosabile e inadeguati a progettare l’impensabile, imprigionati come siamo nel buon senso comune.
Il brano qui riportato è tratto dal commento che de Unamuno dedicò al Don Chisciotte di Cervantes, col suo Vita di don Chisciotte e Sancio Panza, scritto nel 1905 (qui presentato nella sua traduzione italiana, Parte prima, Capitolo XLV, pp. 156-160, Milano, 2005), dove si narra la disputa avvenuta in un’osteria circa quello che don Chisciotte considera un elmo, ed il barbiere cui era stato sottratto una bacinella, al qual proposito de Unamuno afferma che le «cose son tanto più vere quanto più son credute, e non è l’intelligenza che le può imporre, ma la volontà».
La fermezza del “Cavaliere della Fede che ci fa saggi con la sua follia”, aveva contagiato tutti i presenti e li aveva convinti dell’essere quello un elmo, tranne un mulattiere che si ostinava nel continuare a vedere una bacinella nell’oggetto della contesa, costringendo don Chisciotte a chiarirgli le idee a suon di legnate. E, continua de Unamuno: «bisogna a questo punto affermare ancora una volta che sono i martiri a fare la fede, assai più che la fede a fare i martiri».
* * *
È il valore più puro, quello che affronta non già i danni corporali o la perdita delle fortune o lo scapito dell’onore, ma il pericolo che lo prendano per pazzo o per sciocco.
Ed è proprio questo genere di valore che occorre a noi Spagnoli, e la cui mancanza ci tiene paralizzata l’anima. Perché questo valore ci manca, non siamo forti, né ricchi, né colti; per mancanza di questo valore non ci sono in Ispagna né canali d’irrigazione, né laghi artificiali, né buoni raccolti; per mancanza di questo valore non piove di più sui nostri aridi campi screpolati dall’arsura, o l’acqua vien giù a rovesci, trascinandosi via la terra fertile e, a volte, addirittura le case.
Vi pare un paradosso anche questo? Andate, andate in giro per quei campi e proponete a un contadino una migliorìa nella coltivazione o l’introduzione d’una nuova pianta o una qualsiasi novità agricola; vi dirà: «Qua non si può». E non sa se si può o non si può, perché non ha provato e non proverà mai. Farebbe la prova, se sapesse in anticipo che la cosa riuscirà bene; ma messo di fronte alla prospettiva di un fallimento e, come conseguenza di questo, delle beffe e delle burlette dei vicini, capacissimi di prenderlo per illuso o per pazzo o per mentecatto, di fronte a tutto questo, dicevo, si tira indietro e non prova. E poi si stupisce del trionfo dei più coraggiosi, di coloro che affrontano sereni anche lo scherno, di coloro che non s’attengono ai detti popolari: «paese che vai, usanza che trovi», o «dove vai, Vicente? Dove va la gente», di coloro insomma che si scuoton di dosso l’istinto della mandria.
Nella provincia di Salamanca ci fu una volta un uomo straordinario che, venuto su nella più penosa indigenza, riuscì a mettere assieme parecchi milioni. I contadini del gregge non sapevano spiegarsi la sua fortuna, se non col supporre che da giovane avesse fatto il ladro, perché questi disgraziati, ben gonfi di senso comune ma completamente privi di coraggio morale, non credono che nel furto o nella vincita al lotto. Ma un giorno mi fu raccontata una prodezza di questo allevatore di bestiame, il Mosco. E consisteva nel fatto che s’era fatto venire dalle coste del mar Cantabrico delle uova di sargo per immetterle nello stagno di una delle sue fattorie. Quando sentii questa storia, mi spiegai ogni cosa. Chi ha il coraggio di affrontare gli scherni che gli deve procurare per forza il fatto di procurarsi uova di sargo per immetterle in uno stagno della Castiglia, chi fa una cosa simile, si merita la sua fortuna.
Dite che si tratta d’una cosa assurda? Ma chi può dire veramente che cosa è assurdo e che cosa non lo è? E poi, ammettiamolo pure! Soltanto chi mette a prova l’assurdo è capace di conquistar l’impossibile. Non c’è che una maniera di battere almeno una volta sulla testa del chiodo, e consiste nel batter almeno cento volte sul ferro del cavallo. Ma, soprattutto, non c’è che un modo di trionfare veramente: affrontare il ridicolo. E proprio perché non ha il coraggio di affrontarlo, questa nostra gente ha un’agricoltura così in rovina.
Sì, il nostro guaio è la vigliaccheria morale, la mancanza di slancio per affermare ognuno la propria verità, la propria fede, e per poi difenderla. La menzogna avvolge e imbavaglia le anime di questa razza di pecoroni immusoniti, stupidi per indigestione di buonsenso.
Si proclama che vi sono principi indiscutibili, e quando si tenta di sottoporli a un giudizio critico, non manca chi levi altissime grida. Non molto tempo fa, io chiesi che si proponesse la deroga a certi articoli della nostra legge sulla Pubblica Istruzione, e una caterva di queste bestie da gregge si mise a berciare che era una cosa inopportuna e superflua, aggiungendovi parole ancor più forti e più grossolane. Inopportuna! Sono arcistufo di sentir chiamare inopportune le cose più opportune, nonché tutto ciò che disturba la digestione di chi è sazio e fa montare in bestia gli sciocchi. Di che si ha paura? Che scoppi e s’accenda un’altra volta la guerra civile? Niente di meglio! È la cosa di cui più abbiamo bisogno.
Sì, è quello che ci occorre: una guerra civile. Bisogna affermare che debbono essere e sono elmi le bacinelle, e che in proposito ci si metta a litigare come si litigò all’osteria. Una nuova guerra civile, con armi di un genere qualunque. Non sentite quei disgraziati dal cuore striminzito e arido che dicono e ripetono che queste o quelle altre discussioni non portano a nessun risultato utile? Ma che voglion dire con la parola «utile» codesti poveracci? Non sentite quelli che van ripetendo che certe discussioni bisogna evitarle?
Non mancano i pusillanimi che seguitano a cantarci il ritornello che è necessario lasciar da parte le discussioni religiose; che la prima cosa che ci occorre è di diventare forti e ricchi. E quei bestioni non si accorgono che, se non risolviamo prima il nostro problema più intimo, non siamo e non saremo mai né forti né ricchi. Lo ripeto: la nostra patria non avrà agricoltura, né industria, né commercio, né strade che portino in qualche posto dove meriti di andare, fino a che non avremo scoperto il nostro cristianesimo, quello chisciottesco. Non avremo una vita esteriore potente e splendida e gloriosa e forte, finché non avremo acceso nel cuore del nostro popolo il fuoco delle eterne inquietudini. Non si può essere ricchi finché si vive di menzogna, e la menzogna è il pane quotidiano che offriamo al nostro spirito.
Non sentite quel serioso somarone che apre la bocca e dice: «Certe cose, qua non si posson dire!». Non sentite parlare di pace, di una pace ancor più mortale della morte stessa, da tutti quei miserabili che vivono prigionieri della menzogna? Non vi dice nulla il terribile articolo, segnacolo d’ignominia per il nostro popolo, che figura nei regolamenti di quasi tutte le associazioni ricreative spagnole e che dice: «Le discussioni politiche e religiose sono vietate»?
Pace! Pace! Pace! Sì, venga pure la pace, ma solo dopo il trionfo della sincerità, dopo la sconfitta della menzogna. Pace, sì; ma non una pace di compromesso, non un miserevole accordo simile a quelli che negoziano tra loro gli uomini politici, bensì una pace di mutua comprensione. Pace, sì; ma dopo che i mulattieri abbiano riconosciuto a don Chisciotte il suo diritto d’affermare che la bacinella è un elmo; più ancora: dopo che i mulattieri stessi abbiano confessato e affermato che in mano a don Chisciotte la bacinella è elmo. E quei disgraziati che gridano: «pace! pace!», hanno il coraggio di parlare con il nome di Cristo sulle labbra! E dimenticano che il Cristo stesso disse che Egli veniva non a portar la pace, ma la guerra, e che per Lui sarebbero stati nemici quelli d’una stessa casa, i padri contro i figli, i fratelli contro i fratelli. E per Lui, per il Cristo, per fondare il suo regno, il regno sociale di Gesù – che è perfettamente l’opposto di quello che i gesuiti chiamano regno sociale di Gesù Cristo –, il regno della sincerità e della verità e dell’amore e della pace vera; per stabilire il regno di Gesù, dicevo, bisogna che venga la guerra.
Che razza di vipere son coloro che chiedon la pace! Chiedon pace per poter mordere e rodere e avvelenare più comodamente. Di loro disse il Maestro che «portano più ampie le filatterie e più lunghe le frange dei mantelli» (Matteo, XXIII, 5). Sapete di che si tratta? Le filatterie erano certe scatolette contenenti passi delle Sacre Scritture, che i giudei portavano sul capo e al braccio sinistro in determinate occasioni. Erano qualche cosa di simile agli amuleti che s’appendono al collo dei bambini per preservarli da non so che malanni, e che consistono in certe borsette, ricamate con molta eleganza e tanti lustrini da qualche monaca che lavorandoci attorno ammazzò il tempo e la noia, e dentro le quali si metton dei foglietti con su stampati brani del Vangelo che il bambino che porta al collo l’amuleto forse non leggerà mai. E i versetti, per risultar più chiari, sono scritti addirittura in latino! Eran dunque questo, le filatterie; e non bastava, ché i farisei portavano brani delle Scritture anche nelle frange dei manti. Erano come quell’affare che ancor oggi molti portano all’occhiello della velada o della giacca: un cuore dipinto sopra un disco di terracotta arida e dura. E questa gente che porta l’amuleto, questa gente che s’adorna della moderna filatteria, questa gente e i suoi congeneri son quelli che osano parlare di pace, d’opportunità e di penitenza. No; son proprio loro che ci hanno insegnato la formula: non si ammettono nefandi contuberni tra i figli della luce e quelli delle tenebre. Son loro, i codardi schiavi della menzogna, i figli delle tenebre; ma noi, i fedeli di don Chisciotte, siamo i figli della luce.
Miguel de Unamuno