

Quello di cui qui si tratta non è una partita di calcio amatoriale, né tanto meno un programma televisivo di Paolo Bonolis, ma, piuttosto, il cuore e la ragion d’essere dell’attuale disagio, delle insanabili contrapposizioni, degli scontri e degli inconciliabili dissidi fra due diversi modi di intendere la vita, e quindi di comportarsi, in un continuo conflitto che ammorba l’aria e avvelena ogni aspetto e manifestazione della società: dalla politica alla cultura, dal costume alla cronaca.
Infido è colui di cui non ci si può fidare, un essere sleale che bisbiglia e trama alle spalle, che non è mai chiaro e preciso, che non dice mai come stanno le cose veramente; un inaffidabile opportunista che non segue le solidali regole del vivere comune ma campa da parassita all’interno dei gruppi umani, soggetto com’è ad ogni deviazione e instabilità. Al contrario dal fedele, costante nel suo credo, sincero e preciso nei suoi atti, leale nei rapporti, assiduo e puntuale negli impegni presi; rappresentando, questi, una garanzia di sicurezza e un autorevole punto di riferimento per gli altri.
Se la felicità sta nella fede, l’infido è l’essere più infelice che possa esistere, perché, a ben vedere, l’elemento essenziale che differenzia e distingue i due tipi umani è proprio la prossimità ad una visione superiore e sacra della vita, del tutto sconosciuta ed estranea all’infido. Perché quanto più ci si avvicina ad una sensibilità di tipo religioso o metafisico, tanto più si è fedeli e si beneficia delle corrispondenti qualità di tale vicinanza, di tale stato e di questo modo d’essere; al contrario dell’infido, che, come un parafulmine, attira su di sé ogni maledizione e disgrazia, ogni angoscia e catastrofe.
E questo vale per tutti, al di là degli apparenti successi personali e dell’affermazione esteriore: per i vassalli, per gli assassini e per i valvassori! Basti pensare al misero spettacolo delle chiacchiere televisive, dove la prima delle due categorie spadroneggia, per trovare esempi concreti di una tale vergogna: “falliti di successo”, “riveriti venditori di fumo”, “venerati testimoni del nulla”, tutti intenti ad assecondare gli sponsor che gli danno da vivere e i padroni (la maggior parte perfidi, secondo la liturgia cattolica mantenutasi intatta fino al 1960) che ne detengono i destini. Tacendo, per carità di patria, sugli attuali politici, secondi a nessuno in questa sfrenata propensione servile. E ognuno può completare il suo personalissimo “album” a proprio piacimento…
Di fatto, esseri senza onore e senza alcuna consistenza interiore, pronti a svendere la propria dignità, ricorrendo a vili agguati e tranelli verbali per guadagnarsi l’agognata pagnotta quotidiana. Ridicoli pupazzi, senza arte né parte, che fingono di accapigliarsi, al pari di marionette scagliate l’una contro l’altra dal comune burattinaio, che li manovra mettendo loro in bocca le battute e producendone le voci e i movimenti. L’unica difesa contro i quali consiste nel “cambiare canale”, ignorandone la stessa esistenza.
Del resto, essendo passati – con una rapidità che sorprende solo quanti ignorano le ferree leggi cicliche – dalla Civiltà dei Sumeri alla “civilizzazione dei somari”, l’umanità si trova ora sottomessa ai ritmi forsennati della produzione continua e crescente di prodotti e beni materiali (socraticamente inutili per il benessere personale), senza la quale crollerebbe immediatamente l’intero sistema fondato su una simile follia; incatenando così l’esistenza delle persone ad una spirale di incessanti bisogni fittizi, e alla rincorsa di sempre crescenti e irraggiungibili desideri.
Questa dispersione verso l’esterno è, del resto, perfettamente in linea col prevalere di esseri privi di fede e di più alte prospettive, rappresentando un chiaro sintomo dell’incapacità di sacrificare la volontà personale ad un superiore principio, che permetterebbe di uscire dal ristretto orizzonte della propria egoistica individualità, dove – citando Evola – si continua a ripetere all’infinito il raglio dell’io, io, in contrasto al “noi” impersonale e iniziatico, «regale e pontificale [che] potrebbe contenere un lontano, oscuro riflesso o simbolo di alcunché di simile».