Anticipiamo una parte dell’editoriale che verrà pubblicato nel prossimo n. 22 di Heliodromos.
Congiungere e integrare in senso positivo, così come ci apprestiamo a fare, due termini come rivoluzione e Tradizione potrà sembrare, a coloro che pazientemente e con fiducia ci leggono, un arbitrio fuorviante. In effetti ne avrebbero dei buoni motivi, qualora accettassimo il termine rivoluzione secondo il significato che culturalmente e storicamente già da lungo tempo si è imposto, in seguito alle violente insurrezioni del 1775 in America e – si noti il sintomatico rapporto temporale di causa ed effetti – alla sovversiva e sanguinaria campagna massonico-borghese appena quattordici anni dopo in Francia. Quelli furono, appunto, sovversione, sedizione e ferocia che non rientrano nel concetto specifico di rivoluzione, anche se il solito conformismo degli storici abbia creduto di esaltarli e legittimarli con questa definizione.
Noi invece, lo abbiamo più volte sostenuto, con un mondo così confuso e pregno di vergognose simulazioni non intendiamo avere nulla da condividere, nemmeno, fin dove è possibile, convergenze sul piano lessicale.
Anche sotto questo aspetto è opportuno recuperare la concretezza e la correttezza dei termini linguistici. L’ambivalenza del linguaggio nel mondo moderno (razzismo, omofobia, femminismo, integrazione ecc.) è lo strumento più subdolo della dissimulazione della realtà, ovvero della verità. Rivendicare alla nostra cultura il senso proprio della parola rivoluzione, da revolutio, cioè rivolgimento, in analogia con il moto celeste, come già ebbe a precisare Evola, non è una questione di semplice semantica, perché implica un forte contenuto simbolico denso di prospettive operative; dato che il movimento di un corpo celeste intorno al suo asse, per completare i 360 gradi di rotazione, deve ripristinare la sua posizione originaria.
La rivoluzione sociale, restando a questa analogia, indica, pertanto, il percorso di un movimento orientato a ripristinare la intellettualità (spirituale) nella civitas hominis; vale a dire la saggezza e la verità delle origini, cioè la Tradizione in corrispondenza con la civitas Dei. Nella prospettiva di un’azione di rinnovamento, per il militante tradizionalista, Rivoluzione, Restaurazione e Tradizione, in questi tempi ultimi, si pongono come le massime e autentiche aspirazioni, le quali in coerente sinonimia indicano modalità della stessa e unica meta.
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In un mondo controverso come quello moderno, in cui la ruota del tempo gira velocemente e sospetti eventi globali si susseguono, si sovrappongono ed in fine, esaurendosi, si annullano, per rigenerarsi in apparenza secondo nuove vie risolutive ma in realtà per riprodurre il medesimo inconcludente vocìo; segno questo di un malessere esistenziale, sociale, morale senza sbocchi possibili, verrebbe voglia – cosa del resto tradizionalmente prevista – di rifugiarsi nell’eremitaggio. Ma chi sente vivo e improrogabile l’impegno culturale e spirituale, che deriva dalla condivisione cosciente e intelligente della dottrina e della visione del mondo e della vita della Tradizione, non può, responsabilmente, non prendere posizioni nette di lotta antagonista alla china sovversiva e apocalittica già in atto.
Intanto, per uscire dalle secche di una consuetudine infantile e inconcludente, diciamo subito che il campo della lotta vera ed efficace non è quello della violenza fisica o verbale. La nostra rivoluzione è anzitutto qualitativa e selettiva e va prima preparata all’interno di ogni singola coscienza militante; il primo atto rivoluzionario, autenticamente rivoluzionario, è quello di restaurare, secondo quel paradigma astrale di cui prima dicevamo, con una rotazione di 360 gradi, all’interno del nostro essere, la verità delle origini per contrapporla alle falsificazioni del presente.
Si tratta di ripristinare l’allineamento dell’asse verticale delle nostre qualità essenziali – vale a dire di riproporci come comunità d’élite – facendolo regredire dalle modalità corporee e sentimentali, in cui da lungo tempo si è incautamente adagiato.
Per non fermarci a delle formulazioni che, per quanto precise esse siano, potranno sembrare generiche dalla lettura sommaria di questo editoriale, anche in conseguenza del vago interesse all’approfondimento dei contenuti della cultura tradizionale nel nostro ambiente, soprattutto giovanile, cercheremo brevemente di chiarire le nostre proposte in forma più concreta.
Uno dei passaggi necessari per porsi al di là di questo putrido mondo moderno, è quello d’impostare il proprio vivere con aderenza vera e costante ai valori della Tradizione. È indispensabile risvegliare in noi il Coraggio del guerriero; la Lealtà verso noi stessi e coloro che ci sono vicini; la Fedeltà alle scelte fatte e a coloro che le rappresentano al meglio; l’Onore come consapevolezza immutabile dell’appartenenza ad una aristocrazia dello spirito; il senso del Sacrificio nell’azione e nell’impegno disindividualizzato. Vivendo secondo queste norme qualificanti, nel tempo si conquista dirittura, chiarezza, forza.