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Ciò che è in basso

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Ciò che è in basso

Ciò che è in basso

 

 

Il dramma che affligge maggiormente l’uomo moderno consiste nella sua smisurata ignoranza, che non è tanto l’assenza di conoscenze legate alla cultura, all’erudizione o alla semplice informazione, di cui anzi questi è perfino eccessivamente riempito ed ingolfato nell’anima, quanto piuttosto dalla mancanza di “sapienza”, che — in quanto sapere (sapidus, insipidus) rimanda al sapore, al gustare e quindi al conoscere per esperienza diretta — è l’essere quindi saggi: condizione mai disgiunta o separata dalla consapevolezza e da una partecipazione attiva. Questo fa sì che egli dimentichi ignori e trascuri sempre più la propria condizione di essere che concentra in sé l’intera Creazione (detto in termini religiosi) o Manifestazione (in senso metafisico), un piccolo mondo o un universo (ciò che è “raccolto in una sola direzione”) in miniatura.

Così egli non si rende minimamente conto del peso che possono avere i suoi gesti e i suoi pensieri, innanzitutto sul piano sottile, dove conta l’orientamento interiore per rendere efficace un rito, instaurando una relazione diretta e uno scambio reciproco fra l’umano e il divino. Tale efficacia, tuttavia, permane e continua ad avere una sua influenza anche nell’attuale condizione di inconsapevolezza, andando però a svolgere in questa “versione” incosciente una funzione invertita, stregonesca, al pari di un sortilegio e di una malefica empietà. Se le religioni tradizionali prevedevano un “accordo” fra i ritmi cosmici e le festività sacre, nelle odierne società laiche non si va oltre la cronaca quotidiana (spesso nera e catastrofista), per condire in qualche modo la giornaliera fatica di vivere.

Da questo punto di vista, le vittime dell’ansia climatica avrebbero argomenti ben più seri dell’inquinamento prodotto dai combustibili fossili per alimentare il proprio terrore e le proprie ossessioni, se solo fossero in grado di comprendere quali implicazioni comporti sul piano sottile questo continuo scambio fra il “piccolo mondo”, concentrato nell’uomo, e il grande mondo all’esterno. Le influenze spirituali, che lo si voglia o meno, continuano sempre ad esercitare il loro influsso sulle vite dei viventi; con l’unica differenza che, se da un lato ci sarà sempre chi si adegua volontariamente alle loro regole, come continuano a fare gli animali e come hanno sempre fatto gli uomini saggi, ricevendone benefici e benedizioni; dall’altro c’è l’uomo moderno, trascinato e costretto controvoglia a sottostare ai loro influssi, con le conseguenti sventure e maledizioni che inevitabilmente ne derivano, sotto forma di squilibri instabilità e rovine, tipici dell’età oscura.

Tali connessioni effetti e regole, totalmente sconosciuti alle vittime degli slogan mediatici, sono invece perfettamente noti a coloro che quegli slogan ispirano e quelle campagne promuovono; i quali sono consapevoli dell’efficacia “tecnica” della pronuncia di certe formule e l’esecuzione di determinati rituali, ben al di là della semplice suggestione superficiale.

Ed è per questo che anche in ambito medico-sanitario è possibile provocare inimmaginabili devastazioni: in primo luogo sulla psiche e poi sul corpo dell’ammalato globale, condizione in cui si vuole ridurre ogni singolo abitante della Terra. Le relazioni simboliche e analogiche fra le singole parti del corpo umano con il più vasto mondo delle costellazioni e delle divinità celesti, in cui si incarnano le diverse forme di manifestazione del divino, stabiliscono uno scambio continuo di influenze, e dunque di insegnamenti, che la medicina tradizionale conosceva perfettamente ed applicava tramite i suoi legittimi rappresentanti consacrati. A differenza dell’odierna medicina affaristica e speculativa, che non solo volutamente ignora ma addirittura contrasta con ogni mezzo (legittimo e illegittimo, come s’è visto), considerandola una pericolosa concorrente commerciale e un insopportabile esempio di un diverso modo di curare.

Ma dove questa perversa commistione fra materialismo apparente e invertita religiosità si manifesta in modo decisivo è proprio là dove si sfiorano temi direttamente legati alle credenze e ai culti più remoti. Come quando, per esempio, si addossa al patriarcato ogni colpa per le odierne manifestazioni di feroce violenza contro le donne, tipiche invece della nefasta deriva materialistica e psichiatrica, più che psichica, della società contemporanea; ridotta all’attuale stato proprio in ragione del venir meno dei principi su cui si fondavano le precedenti società tradizionali, che, a differenza di oggi, della donna avevano un grande rispetto e la massima considerazione. Assegnando ai due sessi ruoli diversi, secondo le loro nature e le loro specifiche inclinazioni e valenze spirituali.

L’innegabile dualità rappresentata dalla diversificazione sessuale fra uomo e donna ha avuto la sua più coerente rappresentazione nelle forme mitologiche del mondo antico, in cui le divinità, andando a manifestarsi in forma maschile o femminile, di dei o di dee, divenivano simbolo di particolari stati d’esistenza, a cui corrispondevano diversi tipi di civiltà, di culti e di organizzazioni sociali. E questa diversificazione metafisica dei sessi, che trova la sua autentica ragione nella sfera del sacro (Yin e Yang, Shiva e Shakti), dovrebbe già essere sufficiente a smentire gli odierni sproloqui sul cosiddetto gender.

In realtà il contrario del patriarcato, quello che gli subentra una volta rimosso, non è il mondo ideale in cui la donna viene liberata dall’oppressione ma è il matriarcato, il principio tellurico e tenebroso che scalza e sostituisce quello uranico e solare: la Grande Madre contro il Padre e il Dio olimpico, la ginecocrazia contro l’androcrazia, il Cielo contro la Terra. È l’anomala inversione delle giuste gerarchie che si viene così a determinare, dove i giusti rapporti di dipendenza vengono azzerati, e ciò che è destinato a sovrastare viene sovrastato, ciò che deve dominare viene dominato. Quell’inversione che negli antichi Misteri paleo-mediterranei attribuiva alla Donna Divina, alla Grande Dea, la preminenza, e che dava origine a forme estatiche caotiche ed estreme, fino a giungere, nei riti dedicati a Cibele, all’evirazione del fedele, e quindi alla dissoluzione del principio maschile.

In questi rituali gli iniziati e i sacerdoti indossavano abiti femminili, mentre le sacerdotesse praticavano la “prostituzione sacra”, assegnando all’amplesso e al coito una funzione realizzativa e liberatrice, col desiderio che prendeva il sopravvento sul controllo e la presenza a se stessi. Un tipo di religiosità, come si può facilmente intuire, dal carattere non certo luminoso, né tanto meno orientata verso l’alto e verso il superamento delle dipendenze istintive e passionali, racchiusa nell’esclusiva orizzontalità. E non è un caso se essa venne aspramente combattuta e prontamente scalzata dall’opposta religiosità olimpica e solare giunta con le migrazioni boreali. E in particolare dall’Ellade dorica e dalla Roma gentilizia, dove la preminenza dell’elemento virile permase, fino a quando non furono riaperte le porte dei templi ai culti asiatici a sfondo matriarcale, su cui essi avevano prima trionfato. E se perfino l’Islam potette dichiarare, a proposito della posizione assunta nell’atto sessuale: «Sia maledetto chi fa della donna il cielo e dell’uomo la terra», vuol dire che la sensibilità patriarcale non è stata un’esclusiva nordica, quanto piuttosto una verità comune a tutte le tradizioni ortodosse.

Pur non dimenticando che la donna è sempre stata la prima custode e trasmettitrice della tradizione (in quanto madre) e del fuoco sacro (le Vestali), nonché il complemento rispetto all’uomo, essa rischia oggi di lasciar spazio solo ed esclusivamente all’elemento dissolutivo presente in lei, ed al potere immenso che riesce ancora ad esercitare per le emozioni che essa suscita. Un potere che può manifestarsi nella sua accezione negativa, “evirando” l’uomo e rendendolo una marionetta passiva, ridotto al degradante ruolo di procacciatore di beni materiali: che è poi l’unico scopo delle società democratiche.

Rinunciando al nobile ruolo di madre, e degradando quello di amante nell’insulsa pornografia, essa finisce per danneggiare innanzitutto se stessa, proprio nel momento in cui l’acqua — l’elemento che meglio la rappresenta — riesce a infrange il “contenitore” che gli dava una forma e la realizzava: disperdendosi e sprecandosi inutilmente dietro futili vanità e pretestuose ambizioni, che ne annullano l’autentica natura e ne sradicano le radici metafisiche su cui questa natura da sempre si è fondata.

La folle corsa degli attuali esseri umani verso stati d’esistenza larvali e indistinti, presieduti nel passato da culti tenebrosi e sanguinari, non potranno che condurre alla decadenza e al definitivo declino della civiltà moderna; realizzando un mondo dove non ci saranno più uomini e donne, virilità e femminilità, ma una poltiglia informe e disgustosa, assoggettata alla peggiore materialità. Se nel frattempo non porrà rimedio a tutto ciò la sempre più pressante e ricorrente evocazione che si fa da più parti del dio della guerra Marte…

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