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L’autore della poesia che segue è uno dei combattenti impegnati nella rivolta anti-israeliana che da mesi infiamma i territori occupati della Palestina, mostrando al mondo intero il vero volto criminale dello Stato di Israele. Riteniamo che questa lirica esprima meglio di qualunque articolo il senso più autentico di quella rivolta.
Il continuo richiamo all’Islam, presente in questi bellissimi versi, riconduce la lotta del popolo palestinese all’unica prospettiva densa di significati che gli compete – e che la fa veramente grande e vittoriosa – , sottraendola alla cieca logica nazionalistica che, secondo certi disegni non sgraditi al mondialismo, dovrebbe puntare alla creazione di una “riserva” (che viene eufemisticamente chiamata Stato) laica e democratica, in cui rinchiudere definitivamente quella mina vagante rappresentata dal ritorno alla Tradizione, sotto le insegne dell’Islam, di sempre più numerosi giovani palestinesi cresciuti nei campi profughi.
Questi versi, duri come i sassi che volano in questi giorni in Palestina, si scagliano indifferentemente contro i giudei israeliti e, soprattutto, contro quegli arabi indegni e asserviti al mondialismo, che hanno svenduto sia la causa palestinese, sia quella islamica in generale.
Quella che si sta conducendo è una lotta consapevole per l’affermazione dei principi contenuti nel Corano; come dimostra in questa poesia la continua invocazione di Omar.
I nostri “pacifisti” democratici, per difendere i “diritti umani”, hanno sponsorizzato l’OLP di Arafat. Ma Arafat ed il suo “partito” non hanno nulla da spartire con l’Islam e la funzione escatologica ad esso assegnata. Ancora una volta si cerca di diffondere confusione per svuotare di significato l’inconciliabile contrapposizione fra due diversi modi di intendere la vita.
Compito di chi è rimasto fedele alla Tradizione e non intende svendere il proprio Onore di uomo libero e pensante, è quello di smascherare queste equivoche manovre, per fare chiarezza e rendere possibile una lucida scelta di campo.
Ma all’Occidente sono rimaste pietre? E, soprattutto, gli sono rimaste mani pronte a lanciarle…?
Passate sul deserto del mio cuore
che vestirà foglie di speranza,
sotto i vostri passi il suolo rinverdisce
e si riscalda, e se ne parte la paura.
Passate, fra voi il più piccolo è un eroe.
Passate, dalle vostre orme scaturiranno
sorgenti generose. La morte è la nostra
mèta… E Gerusalemme un ragazzo
la difenderà per noi. Gerusalemme
terra dei Profeti, e dei poeti il sogno,
alimento nostro, e astro luminoso!
A Gerusalemme ormai parlano le pietre,
basta con riunioni ed assemblee:
io non voglio nient’altro che ‘Umar!
Colpisci, i cuori sono induriti, e non meritano
che pietre; colpisci, dalle tue mani
una pioggia fitta di pietre si abbatte
su Khen Iunus e su Balata, sulle lande
deserte e gli abitati. Passato è il tempo
del timore: nelle nostre moschee sono cresciute
le scintille negli animi dei giovani, nutriti
dalle sure “Al-Anfal”, “Ash-Shura”,
“Luqman”, e che sanno a mente “Az-Zúmar”.
Parlano gli ordini e i dispacci di “Alimad Iasin”,
nelle moschee di “Al-Aqsa”, e in quella
di “Umari” ormai parlano le pietre.
Siano confusi i volti dei Bani Nadir
Mentre si affollano spingendosi verso i sepolcri,
siano confusi i volti degli sfruttatori
e dei servi di uomini. Colpisci, per Ghàzza
soltanto splende la luna. Colpisci, non ci sarà
d’ora in poi più resa, e nessuna,
nessuna assemblea! Questa è la strada
per Gerusalemme, passa per le mia ossa;
come un torrente scorre il sangue mio
impetuoso, e i tuoni abitano la mia fronte
pura e luminosa; le costole mie si sono
aperte e rotte, e da sotto la mia pelle
fiori per gli Arabi sono sbocciati. Il nostro
villaggio è stato raso al suolo, e bagliori
abbiam scorto dal suo sito provenire.
I miei fratelli mi hanno gettato dentro
Un pozzo, e più nulla di me non resta.
O traditore, o sensale, o furbo,
la vostra dimora sarà l’Inferno.
A Gerusalemme ormai parlano le pietre:
basta con le riunioni e le assemblee!
Non voglio nient’altro che ‘Umar!
L’ufficiale sconfitto, l’ingannatore, il propagandista,
la spia, il falsario, il mediatore,
nell’oscurità della sera recitano le puntate
di un massacro che si svolge nell’ombra:
hanno straziato le palpebre del mio olivo
per raccogliere i fiori dei Martiri.
Sono giunti come Aloraha, la nerezza
dei volti loro di stoltezza è madre…
Questo è un tempo ormai passato.
Non sottraetemi il vessillo: le bandiere
dei Compagni restano nella mia destra
come fiaccole per Gerusalemme, profumo
dei padri, terra dei Profeti, dei poeti
il sogno. Gerusalemme, alimento ed astro
luminoso. A Gerusalemme ormai parlano
le pietre; basta con le riunioni, basta
assemblee! Io non voglio che ‘Umar,
non voglio nient’altro che ‘Umar.
Non rubatemi il sangue e il sogno delle spighe,
i nostri bambini sono cresciuti e il suono
della voce loro è quello dei terremoti:
“Allahu Akbar!”, passa nell’animo del popolo,
e si combatte; “Allahu Akbar!”, e si piegherà
ogni oppressore e ogni tiranno cadrà; “Allahu Akbar!”,
gridano gli orfani, gli affamati, e le madri
orbate dei figli. L’Islam ci empie i cuori,
e torniamo come i leoni antichi, ecco
le nostre barbe, i libri, e le virtù!
Mi avevano legato con catene coloro che sono
spie del nemico, sui confini e sulle spiagge;
dalle mie mani è scritta una storia illustre;
e poiché le mie pietre stracciano il velo
dietro cui si dissimulano quelle genti, e poiché
le mie pietre riducono in pezzi la scacchiera,
se ne ridono delle catene! E poiché rotto
mi hanno ogni osso, e slogato ogni giuntura,
rinnoverò per loro la storia di Babilonia.
Gerusalemme con l’Islàm la difenderà
il combattente; Gerusalemme, terra dei Profeti,
sogno dei poeti, alimento e astro
luminoso. A Gerusalemme ormai parlano
le pietre! Basta con le riunioni, basta
assemblee: non voglio che ‘Umar,
io non voglio nient’altro che ‘Umar.
Abbasso le insegne dei tiranni miserabili,
e vergogna per chi ondeggia incerto a destra
e a manca! La mia comunità sortirà
dalle barbe dei Martiri, e le decisioni
siano prese da coloro che sono venerabili
sulla terra. Gerusalemme è gloria, e orgoglio:
Gerusalemme, terra dei Profeti, dei poeti
il sogno, alimento ed astro luminoso.
A Gerusalemme ormai parlano le pietre.
Basta con le riunioni, e le assemblee:
io non voglio nient’altro che ‘Umar!
O fratelli di Gerusalemme, di Iafa,
o delle sterili regioni, non date ascolto
alla voce degli Arabi, e i discorsi loro
ignorate: si sono prostrati, e prostrati,
fino a non avere più ginocchia! Fosse
pur d’oro, non abboccate l’esca!
Le pietre dure siano il segno dell’ira,
oppure ogni volta che una stella splende
nel mio cielo, verranno a spegnerla
le soldataglie di Abu Làhah. A te, o caro
al mio cuore, la mia vita e tutto
me stesso: e con te il Grande Iddio
colpisce i Bani Quraitha e gli Arabi;
e hai levato la bandiera del “Gihad”,
e nessuna fatica ti ha prostrato.
A Gerusalemme ormai parlano le pietre:
basta con le riunioni e le assemblee!
Io non voglio nient’altro che ‘Umar.
Corrono i soli fra le dita del fromboliere
e ci ridanno il senso di noi stessi:
e sulle tende dell’onore scriviamo
Qadisia. Quando la mia dimora
è crollata, sotto le macerie ecco apparire
il lascito: non abbandonate la bandiera
del “Gihad”, questo è il vostro primo
compito. Un residuo di fratellanza ancora
resta nel mio petto: ma dove sono
i missili, e i bombardieri arabi?
Dov’è la generosità, dov’è l’atto magnanimo,
dov’è la Hashimia? Dove sono i cannoni,
dove le schiere, e gli eserciti Ommaiadi?
Dov’è l’Eufrate, dove il suo Nilo, o terra
d’Egitto, nostra fierezza? Dov’è Harun
or-Rashid, modello a cui il mio cuore
si ispiri? Non voglio fare manifestazioni,
voglio invece un fucile: o musulmani,
o arabi, un fucile io voglio!
E Gerusalemme, o vergogna per noi, è vittima;
Gerusalemme, terra dei Profeti, sogno
dei poeti, alimento e astro luminoso!
A Gerusalemme ormai parlano le pietre:
basta con le riunioni e le assemblee!
Non voglio nient’altro che ‘ Umar,
non voglio nient’altro che ‘Umar.
O governanti, datemi un’arma;
o governanti, è balenato l’aiuto di Allah;
o governanti, avete ferito e straziato;
o governanti, ridatemi Salah:
ma Salah è stato pugnalato alla schiena,
Salah è in prigione per sempre o l’hanno
venduto a un congresso! E Gerusalemme
è come un mare all’alba, Gerusalemme,
terra dei Profeti, sogno dei poeti, alimento
e astro luminoso! A Gerusalemme ormai
parlano le pietre: basta riunioni, basta
assemblee! Non voglio che ‘Umar,
io non voglio nient’altro che ‘ Umar.
Siete voi Arabi? Voi, che vi fate paraventi
con discorsi, mentre le vostre guerre
sono fughe? Settant’anni di menzogne:
prigione, massacro, ma neanche l’ombra
di una guerra. Hanno sgozzato le donne,
e voi eravate il palo del supplizio; le case
hanno distrutto, e voi a passar le notti
in allegria: ma siete Arabi, voi?
La tromba del Giudizio ha già squillato
e ciò che era polvere è ormai risorto,
ma di voi il più piccolo membro ancora
non si è visto. E Gerusalemme è come
un’allodola stremata di stanchezza,
una melodia piena di rimprovero.
Gerusalemme, alimento e astro luminoso!
A Gerusalemme ormai parlano le pietre:
o musulmano, o digiunante, o tu che vegli,
colpisci, possa io servirti da riscatto, lapida!
Colpisci i tuoi due giudei, non sarai sconfitto!
Questo è il mio braccio: prendilo
come bomba; questa è la nostra discendenza,
profonda come il terremoto; questo
è il nostro principio, questa la “Bàsmala”.
O Gerusalemme, tu sei il patibolo:
dai primi giorni del mondo tu sei luce
per noi, o Gerusalemme, tu sei l’orgoglio,
tu, o terra dei Profeti, e dei poeti il sogno,
o amata dai Martiri, alimento e astro
luminoso! A Gerusalemme ormai parlano
le pietre; basta riunioni, basta assemblee!
Io non voglio nient’altro che ‘Umar.
Io non voglio nient’altro che ‘Umar.
Khalid Abu-el-Oumarain
(da Heliodromos n. 5, Inverno 1989)