

Per tutti quelli che considerano l’attuale presidente degli Stati Uniti un’anomalia (passeggera) ed una sgradevole eccezione rispetto alle precedenti amministrazioni americane, andrebbero ricordati alcuni elementi che fin dall’origine hanno caratterizzato il paese in cui maggiormente si è compiuto e realizzato l’esito finale dell’Occidente, e quindi del mondo moderno nella sua peggiore espressione. Punto di arrivo del processo involutivo verificatosi nel corso della storia, dove i principi presenti ed attivi all’origine sono andati progressivamente scomparendo, perdendo in efficacia, fino a risultare inconcepibili per l’umanità attuale, trasformando l’azione tradizionale ispirata dall’alto e tendente verso l’alto in agitazione incontrollata, ispirata dal basso e verso il basso; sostituendo così alle figure ieratiche dei sovrani d’origine divina, ridicole caricature agitate e instabili, prive di autorità e carisma, motivate esclusivamente dalla condizione corporea dell’esistenza (nutrire il corpo, il cui anagramma è porco, e andare di corpo!): dove arbitrio e prepotenza sostituiscono il potere impersonale e la nobile signoria di un tempo.
Se è vero che Donald Trump, il “presidente superlativo” (nelle espressioni verbali), ha numerosi punti in comune con gli squallidi venditori che si incontrano nelle fiere di paese, quelli, per intenderci, che declamano a squarciagola la bontà della loro merce, imitando le voci delle slot machine, fatte di promesse esorbitanti e vincite stratosferiche, di cifre esagerate e trionfi strabilianti; di fatto, egli non sta agendo diversamente dai suoi predecessori. Adottando lo stesso comportamento stupidamente aggressivo, le stesse prepotenze e sopraffazioni, la stessa doppia morale, la stessa “lingua biforcuta” riguardo al rispetto dei patti e degli impegni presi, che già ebbero modo di provare sulla loro pelle i nativi americani, e con la quale ancora oggi sono costretti a fare i conti tutti coloro che vengono presi di mira dalla nazione guida della “democrazia mondiale”.
L’unica differenza, semmai, consiste nel fatto che Trump, per disfunzioni caratteriali e per un congenito egocentrismo, non prova nemmeno a nascondere e giustificare i suoi propositi delinquenziali. Anzi vantandosene, come quando mostra, orgoglioso, la propria firma sui pezzi di carta che sottoscrive. «Se una cosa mi serve, me la prendo», pensa e dice, senza vergognarsi. Essendo forse in questo meno ipocrita e più “spontaneo”: la spontaneità del bullo; ma anche molto più squilibrato e inaffidabile dei suoi predecessori.
Fatto sta che alla fine del ciclo, dovendo essere la parodia terminale pienamente rappresentata nella sua immagine speculare e invertita, bisogna che anche la finzione di impero comprenda e presenti tutto il contrario di quello che caratterizzò gli imperi tradizionali, come, per primo, quello Romano. Inoltre, se nell’impero tradizionale perfino il migliore degli oppositori doveva necessariamente e a ragione essere ricondotto ad una salutare – prima di tutto per lui stesso – sottomissione al potere superiore centrale; nella sua moderna parodia, al contrario, perfino il peggiore e meno qualificato oppositore e ribelle deve essere apprezzato nei suoi tentativi di sottrarsi al dominio ed al controllo da parte di un’autorità illegittima ed infondata.
Oggi chi obbedisce è complice, spiccando per meschinità e servilismo proprio i politici e i governanti delle colonie periferiche; seguiti in questa infame graduatoria dagli addetti all’informazione, impegnati a rincorrersi l’un l’altro in una gara di viltà e falsificazioni, per compiacere chi li nutre e gli assicura una parvenza di prestigio e visibilità.
Gli stessi servitori che hanno aderito, sconsideratamente, ad ogni presentazione (falsa e menzognera) di fatti e avvenimenti stabiliti dai loro padroni per giustificare i crimini commessi in giro per il mondo. L’elenco sarebbe lungo, ma basti pensare alle recenti accuse rivolte ai sostenitori della martoriata popolazione di Gaza, per rendersi conto di quali vigliaccherie essi sono in grado! Tuttavia, tali interessati entusiasmi e aneliti patriottici non sono una novità di questi giorni, e già l’attacco a Gheddafi nel 2011 e la sua uccisione vennero presentati secondo la versione dei gangsters statunitensi, miranti al controllo delle risorse energetiche libiche e al blocco del temuto progetto di una valuta africana da impiegare negli scambi petroliferi. Metodologia riproposta, pedissequamente, in innumerevoli altri episodi…
Già al tempo della presidenza Reagan, nel 1981, all’allora direttore della CIA William Casey (come narra Bob Woodward nel libro Veil: le Guerre Segrete della CIA), venne presentato un fascicolo di dodici pagine, intitolato «Libia, obiettivi e vulnerabilità», in cui Gheddafi veniva indicato come un problema concreto per l’amministrazione americana. Per i suoi successi nel Ciad, a detta della CIA, il colonnello libico rischiava di mettere in crescente pericolo gli interessi USA e degli altri paesi occidentali. Il problema Gheddafi era ineliminabile, in quanto l’opposizione interna e in esilio era disorganizzata e inefficace. Non essendo riuscita nessuna cifra a comprare degli oppositori (in realtà complici) affidabili.
«Recentemente», proseguiva la relazione, «Gheddafi ha fatto ricorso all’intrigo politico [il bue che dà del cornuto all’asino!], alle iniziative diplomatiche, al terrorismo, all’assassinio e ora, nel Ciad, all’occupazione militare». Attraverso il lavoro di psicologi e psichiatri la CIA aveva ricavato delle specie di oroscopi spionistici freudiani: «A causa di particolari circostanze nella sua infanzia, Gheddafi ha assorbito in forma eccessiva le caratteristiche beduine di ingenuo idealismo, fanatismo religioso, intenso orgoglio, austerità, xenofobia e suscettibilità. […] Gheddafi ha sviluppato un profondo disprezzo per le classi privilegiate, un rigido attaccamento ai costumi beduini e una forte identificazione coi diseredati; …per difendersi psicologicamente, Gheddafi ha sviluppato un culto della propria personalità esaltato, persino grandioso. La sua visione della Libia lo spinge a restaurare la purezza e la semplicità che a suo avviso esistevano agli albori della storia araba».
Risultando, in definitiva, che gli analisti americani non erano nelle condizioni nemmeno di concepire un carattere opposto e contrario al loro sistema basato su corruzione e interessi materiali. I corruttori, infatti, riescono a immaginare solo interlocutori corruttibili, non potendo pensare a nulla che vada al di là degli interessi economici e finanziari. Mostrandosi in questo modo disarmati e inefficaci nelle loro strategie, come dimostrò il loro fallimentare intervento nell’Iran komeinista, non essendo essi stati in grado, allora, di attribuire il giusto rilievo alla componente religiosa e all’incorruttibilità garantita dalla fede islamica.
Quindi il rapporto concludeva, preoccupato: «Comunque, salvo il caso in cui venisse assassinato, Gheddafi potrebbe rimanere al potere per molti anni». Classico esempio di profezia finalizzata a preparare gli eventi, come dimostrerà l’esito finale dell’esistenza terrena del leader libico: sotto un’altra amministrazione, ma sempre nel mirino delle medesime entità. Quello che qui interessa, comunque, al di là del singolo caso, è il modus operandi di questi ambienti, e in particolar modo l’influenza attiva che dietro le quinte i Savi vigilanti sui destini del mondo riescono ad esercitare dettando le “regole” ai presidenti e alle amministrazioni del momento.
Riguardo l’attuale inquilino della Casa Bianca, si comprenderà facilmente come esso rappresenti perfettamente, con le sue bassezze e le sue volubilità, la sua rozzezza e la sua mancanza di cultura, l’approssimazione più calzante al futuro vertice che dovrà detenere –apparentemente! – il potere mondiale, dovendo questo coincidere in tutto e per tutto con l’instabilità e l’ingiustizia estreme, con la mancanza di dottrina e l’assenza di conoscenza, da instaurare ovunque in chiusura del Kali-Yuga.
Nell’attesa, non può che essere ancora una volta confermata l’invettiva lanciata a suo tempo da Jack Kerouac – l’unico esponente apprezzabile e sensato della Beat Generation – quando scriveva a proposito degli americani che «non ci si può fidare di un popolo che va in giro per il mondo col culo sporco di merda». Valutazione corroborata, in modo meno “crudo” ma altrettanto efficace, dall’affermazione di Antonio Medrano secondo la quale «se il mondo in cui si svolgeva la vita tradizionale era puro pulito e terso, l’odierna realtà, sporca sudicia e lercia, non può che collocarsi nell’immondo moderno».