

In margine alle feste che hanno appena celebrato il Natale cristiano, dove oramai tutto si riduce al riversarsi in massa del gregge umano nei centri commerciali (moderni templi del consumismo), ed agli associati spropositi alimentari, perfettamente in linea col significato assunto da tali celebrazioni nel diffuso americanismo venuto a prevalere anche presso di noi, dove si esalta lo “spirito del natale”, senza tuttavia mai citare Chi e che cosa si festeggia in tale occasione, sorge spontanea una riflessione relativamente alla cancellazione, estrema e definitiva, di ogni natività attraverso la pratica criminale dell’aborto.
Per chi ha la fortuna di vivere il “miracolo” della nascita di un bambino, che sia un genitore un parente o un conoscente, è facile intuire come un tale evento rappresenti una modifica rigenerativa del mondo. La nuova vita rinnova ogni cosa e apporta contenuti tali per cui nulla sarà più come prima. L’intero cosmo e tutte le persone che ruotano intorno alla nuova vita saranno cambiati, e per quanto l’esistenza dei neogenitori verrà sconvolta e rivoluzionata, la cura di quell’essere indifeso, se essi saranno all’altezza del compito assegnatogli dalla natura, li costringerà ad essere generosi, a ridurre ogni egoismo, a donare e donarsi senza nulla chiedere in cambio, ad eliminare ogni forma di avarizia, ad aprirsi all’universo intero.
Da tali premesse, dettate dall’esperienza e dal buonsenso, ancor prima di ogni considerazione di ordine metafisico e della visione sacra dell’esistenza umana, è facile risalire – per negazione! – alle motivazioni avverse e contrarie, che inducono a sopprimere una vita, prima che questa si possa manifestare. L’immane strage degli innocenti che viene perpetrata col sostegno e l’incoraggiamento della politica e dei governi (alcuni dei quali l’hanno messa in costituzione!), mostra la loro assoluta illegittimità e la barbarie di fondo che li caratterizza, gridando vendetta davanti a Dio e agli uomini.
A farsi boia ed assassina, in questo caso, è proprio quella che l’istinto materno, così forte e invincibile negli stessi animali, dovrebbe salvaguardare da un simile modo di fare. Che Evelino Leonardi, in un volume già ricordato nelle pagine di questo sito, in quanto vittima del progresso e della vita moderna, definisce «una maschietta del giorno tinta e ritinta, che ama coprirsi con le pelli di tutti gli animali fino ai serpenti, ai coccodrilli, alle lucertole e ai sorci, ed ha sulla testa le penne uso pellirossa, e alle orecchie cerchi metallici come un’ottentotta. Essa balla come una congolese, fuma come un facchino, adora la musica dei selvaggi, ammazza la gente sotto l’auto e… abortisce con la disinvoltura di una cagnetta di lusso!» Rimandando al canto tragico di Giovanni Pascoli, nei Poemi conviviali, dedicato agli «affanni dell’etèra Myrrhine in cerca di pace»:
E intese là bisbigli,
ma così tenui come di pulcini
gementi nella cavità dell’uovo.
E vide fra gli asfodeli e i narcisi
starsene informi tra la vita e il nulla
ombre ancor più dell’ombra esili, i figli
suoi che non volle…
i figli morti…
avanti di nascere, i cacciati
prima di uscire a domandar pietà!
Il delitto dell’aborto da lei commesso è qui simboleggiato dai feti che agitano le piante velenose da lei inghiottite a tale scopo. Ma qui si ha ancora a che fare con la “prostituzione sacra”, la via alternativa indicata alla donna per la propria realizzazione, contrapposta a quella di “sposa” e “madre”, dove essa diviene, secondo Evola, «la forza strumentale generatrice ricevente il principio primo del moto e della forma del maschio immobile». Quando la donna si realizza in quanto Amante o in quanto Madre, allo stesso modo in cui l’uomo esprime pienamente la propria natura come Guerriero o come Asceta.
Contrariamente a quanto oggi sbraitano sguaiatamente certe donne (incapaci di essere femmine), ignare della loro vera natura, e quindi incapaci di realizzarsi pienamente e di provare perfino un autentico piacere sessuale, quando proclamano la proprietà del loro corpo, la libertà di farne l’uso che si vuole: solitamente il più basso e il meno dignitoso. Mentre invece per completarsi esse avrebbero bisogno, se l’egoismo non avesse invaso le loro vite, di darsi totalmente a un altro essere, all’essere tutte per un altro essere: sia l’uomo amato, sia il figlio generato. Ma tali considerazioni possono avere un senso e possono essere accolte solo in un mondo in cui il sacro costituisca ancora il punto di riferimento centrale, il fulcro intorno al quale ruota ogni cosa. L’aver smarrito il senso di tutto ciò rappresenta un danno irreparabile ed una irrimediabile perdita. Prima di tutto per la donna stessa.
Infatti, nel momento in cui il sacro viene meno e scompare, rimane solo la vita profana e la dissolutezza, mentre perfino la “prostituzione sacra”, che aveva comunque una sua dignità ed una sua funzione sociale, si riduce a pura e semplice prostituzione, dove il sesso è ridotto a genere di consumo e il concepimento di una nuova vita costituisce un fastidioso incidente di “lavoro”. Anche se il più antico del mondo, un lavoro sempre attuale!