heliodromos-headerheliodromos-headerheliodromos-headerheliodromos-header
  • Home
  • Il Gruppo
  • Numeri disponibili
  • Archivio Rivista
  • Notizie
  • Rassegna Stampa
  • Contattaci

Evviva le navi!

  • Home
  • Notizie Ultime
  • Evviva le navi!
Evviva le navi!

Evviva le navi!

 

La nave fu una vera gioia: una grande, bella nave, fatta una trentina d’anni prima in un cantiere di Amburgo, con i camminamenti di legno, le cabine con gli oblò, un ristorante, una sala da ballo, un bar, una moschea e una chiesa; una nave insomma come usavano un tempo, una nave come una piccola città da esplorare, in cui camminare da cima a fondo, salire da un ponte a un altro, stare a un parapetto a guardare l’orizzonte o a cercare, fra i passeggeri, la faccia interessante di uno con cui si ha voglia di parlare.

La nave viaggiava in mezzo a isolotti deserti, coperti di palme; cielo e mare s’erano fatti color rame. Lo spettacolo degli ultimi bagliori di luce sul mondo aveva qualcosa di religioso e, affacciati sui vari ponti, a godersi la commovente bellezza della natura che ci scivolava davanti, c’erano, assieme ai passeggeri, i marinai in tenuta blu, gli ufficiali in uniformi bianche e i camerieri con i pantaloni neri e le giubbe rosse dai bottoni d’oro. Tutti in silenzio.

Presto venne l’ora della preghiera. Poi quella della cena.

Che invenzione straordinaria, le navi! E debbono scomparire? Certo, mi si dice: debbono scomparire per «ragioni di mercato», perché, economicamente, le navi non «rendono» più. Così funziona il nostro mondo e così ci togliamo un altro piacere. Finiremo per far scomparire anche le donne! Invenzione d’Iddio, quelle! Certo: le faremo scomparire il giorno in cui si scoprirà che si possono fare figli molto più economicamente in provetta, senza dover aspettare nove mesi; quando si scoprirà che non c’è più «mercato» per l’amore e che gli uomini possono mettere il loro pisello in una macchina programmata elettronicamente per tutti i desideri, senza il rischio di malattie, senza che quella pretenda qualcosa per sé, tranne dei soldi. Evviva le navi!

Evviva le navi! Con il loro ansimare, scuotere, sospirare; con il loro gioire delle carezze delle onde, con il loro godere nell’amplesso del mare, le navi sono a misura d’uomo. Teniamole in vita come una prova d’amore. Usiamole per far felici gli ultimi romantici. Usiamole per salvare i depressi! Facciamo viaggiare sulle navi chi non sopporta più il peso della vita, chi non vede ragione per tirare avanti, chi si sente soffocare, e risparmieremo quintali di pasticche, faremo a meno del Valium e del Prozac!

Dopo cena m’ero messo a poppa, sdraiato sulle assi di legno. Con lo sguardo perso nell’infinità del cielo, ero distratto solo dai pensieri che giocavano a rincorrersi, e mi parve che, grazie all’indovino di Hong Kong, stavo ritrovando non solo il piacere di viaggiare, ma anche quello di vivere. Non avevo più angosce, non sentivo più come un dramma il passare delle giornate, ascoltavo chi mi parlava, godevo di quel che mi succedeva attorno, avevo agio per mettere ordine nelle mie impressioni, per riflettere. Avevo tempo e silenzio: qualcosa di così necessario, di così naturale, ma ormai diventato un lusso che solo pochissimi riescono a permettersi. Per questo dilaga la depressione!

A me era cominciata in Giappone. La vita era una continua corsa, piena di doveri. Ogni rapporto era difficile, contorto. Non avevo – o credevo di non avere – mai un momento in cui tirare il fiato; mai un attimo in cui non mi sentissi in colpa per qualcos’altro che avrei dovuto fare. Mi alzavo la mattina e mi pareva di avere sulle spalle il fardello del mondo; c’erano giorni in cui il solo vedere il pacco dei quotidiani sotto la porta di casa mi faceva venire il groppo in gola.

Ovviamente il Giappone in sé, con la sua società tutta in una camicia di forza, con la sua gente sempre a recitare una parte e mai naturale, era opprimente. Ma io pagavo anche il prezzo di questo strano mestiere di giornalista. Si è sempre là dove c’è un qualche dramma e non si può assistere per anni, impunemente, a rivoluzioni fallite, delitti irrisolti, speranze deluse, problemi senza soluzione. Vietnam, Cambogia, Tien An Men: sempre cadaveri, gente che scappa e, lentamente, la convinzione che niente serve a niente e che il momento della giustizia non arriverà mai. Alla fine anche le parole, usate e riusate per descrivere sempre le stesse situazioni, gli stessi massacri, le facce dei morti e i pianti dei sopravvissuti mi parevano aver perso ogni loro significato. Tutte mi suonavano ormai come cocci rotti.

In quelle condizioni era naturale essere depresso, come è naturale che lo sia per chiunque abbia ancora un’idea di quel che la vita potrebbe essere e non è. La depressione diventa un diritto, quando uno si guarda attorno e non vede niente o nessuno che lo ispiri, quando il mondo sembra scivolare via in una gara di ottusità e di grettezza materialista. Non ci sono più ideali, non ci sono più fedi, non ci sono più sogni. Non c’è più niente di grande in cui credere, non un maestro cui rifarsi.

Raramente l’umanità è stata, come in questi tempi, priva di figure portanti, di personaggi luce. Dov’è un grande filosofo, un grande pittore, un grande scrittore, un grande scultore? I pochi che vengono in mente sono soprattutto fenomeni di pubblicità e di marketing.

La politica, più di ogni altro settore della società, specie quella occidentale, è in mano ai mediocri, grazie proprio alla democrazia, diventata ormai un’aberrazione dell’idea originale quando si trattava di votare se andare o no in guerra contro Sparta e poi… di andarci davvero, andarci di persona, magari a morire. Oggi, per i più, democrazia vuol dire andare ogni quattro o cinque anni a mettere una croce su un pezzo di carta ed eleggere qualcuno che, proprio perché deve piacere a tanti, ha necessariamente da essere medio, mediocre e banale come sono sempre tutte le maggioranze. Se mai ci fosse una persona eccezionale, qualcuno con delle idee fuori del comune, con un qualche progetto che non fosse quello di imbonire tutti promettendo felicità, quel qualcuno non verrebbe mai eletto. Il voto dei più non lo avrebbe mai.

E l’arte, quella scorciatoia alla percezione di grandezza? Anche lei non aiuta più la gente a capire l’essenza delle cose. La musica sembra ormai fatta per arrivare alle orecchie, non all’anima; la pittura è spesso un’offesa agli occhi; la letteratura, anche lei, è sempre più dominata dalle leggi del «mercato». E chi legge più di poesia? Il suo valore esaltante è stato dimenticato! Eppure una poesia può accendere nel petto un calore, forte come quello dell’amore. Una poesia, meglio di tutti i whiskies, meglio del Valium e del Prozac, potrebbe «tirare su», sollevare l’animo, perché alza il punto di vista da cui guardare al mondo. Quando ci si sente soli ci sarebbe da trovare più compagnia nel leggere dei bei versi che nell’accendere la televisione!

Angela dice che, se dovesse eliminare una delle invenzioni di questo secolo, ancor prima della bomba atomica, eliminerebbe la televisione. Non ha tutti i torti. La televisione riduce la nostra capacità di concentrazione, ottunde le nostre passioni, ci impedisce di riflettere, imponendosi come il più importante – quasi il solo – veicolo di conoscenza. Eppure nessuna verità è più falsa di quella della televisione che, per sua necessità, trasforma ogni avvenimento, ogni emozione in uno spettacolo; con il risultato che nessuno riesce più a commuoversi o a indignarsi per qualcosa. Attraverso la televisione abbiamo immagazzinato milioni di informazioni, ma siamo diventati moralmente ignoranti. La televisione distrae, fa passare il tempo! Ma è davvero quel che vogliamo?

Più ci si guarda attorno, più ci si rende conto che il nostro modo di vivere si fa sempre più insensato. Tutti corrono, ma verso dove? Perché? Molti sentono che questo correre non ci si addice e che ci fa perdere tanti vecchi piaceri. Ma chi ha ormai il coraggio di dire: «Fermi! Cambiamo strada»? Eppure, se fossimo spersi in una foresta o in un deserto, ci daremmo da fare per cercare una via d’uscita! Perché non far lo stesso con questo benedetto progresso che ci allunga la vita, ci rende più ricchi, più sani, più belli, ma in fondo ci fa anche sempre meno felici?

Non c’è da meravigliarsi che la depressione sia diventata un male tanto comune. È quasi rincuorante. È un segno che dentro la gente resta un desiderio di umanità.

Alla fine di cinque anni a Tokyo, sempre in mezzo ai suoni, ai rumori, alla folla, mi sentivo addosso come un veleno e decisi che dovevo curarmi. Dopo aver chiuso casa e mandato mobili e libri in Thailandia, mi rasai la testa e, come un pellegrino, andai a scalare il monte Fuji. Scrissi il mio ultimo articolo sull’inquietante Giappone visto dall’alto di quella montagna sempre meno sacra; poi mi ritirai in una baita in mezzo ai boschi della provincia di Ibaragi. Per un mese. Non avevo nessuno con cui parlare, tranne il cane, Baolì, che m’ero portato dietro. Passavo ore a leggere, ad ascoltare il vento fra gli alberi, a guardare le farfalle, a godere del silenzio. Dopo anni spesi a pensare al destino dei vietnamiti, dei cambogiani, del comunismo, dei cinesi, alla minaccia del Giappone, al futuro dei figli, ai problemi della famiglia, degli amici e del mondo, finalmente avevo il tempo di avere tempo. La natura, la straordinaria natura, mi dette una mano e mi rimise in sesto.

Tornando in Europa, andai a vedere un famoso medico. «Se, a volte, il peso del mondo le dovesse parere davvero insopportabile, prenda una di queste», disse e mi dette del Prozac. Da allora quella scatolina, mai aperta, ha sempre viaggiato con me, assieme al passaporto, ai libretti degli assegni, alle varie patenti, e con il tempo è diventata una sorta di portafortuna, come l’olio del dukun, o la striscia di carta verde della sciamana di Singapore. Non immaginavo quanto utile mi sarebbe stata un giorno.

 

Tiziano Terzani (da Un indovino mi disse)

 

 

 

Share

Articoli correlati

La pratica dell’estasi filosofica

CREATOR: gd-jpeg v1.0 (using IJG JPEG v62), quality = 80

29 Giugno 2026

La pratica dell’estasi filosofica


Leggi tutto
Ipocrita democrazia
24 Giugno 2026

Ipocrita democrazia


Leggi tutto
Porci senza alibi
16 Giugno 2026

Porci senza alibi


Leggi tutto

Cerca nel sito

CATEGORIE

  • Archivio Rivista
  • I Serie
  • III Serie
  • Notizie
  • Nuova Serie
  • Recensioni
  • Ultime

ULTIMI ARTICOLI

  • La pratica dell’estasi filosofica
    La pratica dell’estasi filosofica
    29 Giugno 2026
  • Ipocrita democrazia
    Ipocrita democrazia
    24 Giugno 2026
  • Porci senza alibi
    Porci senza alibi
    16 Giugno 2026
  • Sicurezza cercasi
    Sicurezza cercasi
    31 Maggio 2026
  • La perdita dell’orgoglio sessuale
    La perdita dell’orgoglio sessuale
    23 Maggio 2026
  • Infidi contro fedeli
    Infidi contro fedeli
    10 Maggio 2026
  • La democrazia come associazione a delinquere
    La democrazia come associazione a delinquere
    3 Maggio 2026
  • Dinamica stabilità
    Dinamica stabilità
    12 Aprile 2026
  • Ombre escatologiche
    Ombre escatologiche
    2 Aprile 2026
  • L’abisso immorale dell’Occidente
    L’abisso immorale dell’Occidente
    25 Marzo 2026

ATTENZIONE

Segnaliamo ad amici e lettori che il nuovo indirizzo postale a cui far riferimento è:

'HELIODROMOS' presso Giovanni Barbera Via Rosario Livatino, 118 94100 Enna

Heliodromos.it
Su questo sito vengono utilizzati cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione di terze parti. Se sei d'accordo clicca "Accetta cookie".