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Sapienza regale

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Sapienza regale

Sapienza regale

L’imperatore filosofo Marco Aurelio apre i suoi Colloqui con se stesso (conosciuti anche come “Ricordi”), esprimendo i debiti di gratitudine verso gli uomini, cioè verso tutti coloro (parenti e familiari, maestri e precettori, filosofi e saggi) che hanno contribuito, col loro esempio ed i loro insegnamenti, a formarne il carattere, portandolo a tradurre in atto e pratica quotidiana ciò che la sua parte divina e il suo demone gli imponevano. Queste sue considerazioni risultano altrettanto utili per chi imperatore non è, ma aspira comunque ad affermare la parte nobile della propria anima, offrendo esse preziosi orientamenti formativi e indispensabili indicazioni e regole comportamentali.

Qui noi tralasceremo il riferimento alle singole figure citate dall’autore, contando più “il peccato” del “peccatore”, o meglio, il “beneficio” del “benefattore”, fatta eccezione per la madre, alla quale egli attribuisce il merito di averlo educato alla religiosità (romana), e quindi a tenere lo sguardo costantemente puntato verso l’alto, confidando nell’ausilio e nell’intervento provvidenziale degli dei, a protezione dei comportamenti terreni e degli stati interiori di uno predestinato al comando ed alla funzione regale. Un compito questo del tramandare, del trasmettere conoscenze e valori, da sempre svolto dalle madri in modo naturale e istintivo, in quanto amministratrici del sacro all’interno della famiglia secondo tradizione. Per lo meno, fino a quando è durata la trasmissione da madre a figlia e da nonna a nipote, non ancora soppiantate dai suggerimenti e dalle trovate (oscene) delle influencer, o, peggio ancora, dell’Intelligenza Artificiale, ultimo demiurgo dei dementi.

E una volta assegnato questo ruolo centrale al sacro, diventa automatico per quelli che lo hanno assunto praticare la gentilezza ed escludere ogni impeto iracondo, essendo essi indotti al controllo della parte inferiore e meno luminosa di se stessi, altrimenti portata ad abbandonarsi a reazioni eccessive e scomposte. E a questa nobile attitudine si accompagna sempre il pudore, chiaro segno di sensibilità delicatezza e rifiuto di ogni bassezza e volgarità; insieme al virile costume che ne consegue, il quale esclude ogni abbandono agli scatti d’umore e alle reazioni isteriche.

Per potenziare queste sane posture e tali adeguati comportamenti, risulta fondamentale la vigilanza continua, lo stare all’erta, che proprio la disposizione religiosa riesce ad assicurare, avendo presente la superiore realtà divina a cui conformare i propri atti e a cui si dovrà, prima o poi, rendere conto; da qui l’avversione per ogni opera o pensiero cattivo, fortificata dalla frugalità nel modo di vivere. Non si può essere leggeri nell’anima e liberi nello spirito se ci si appesantisce con pesantezze materiali e fantasiose speculazioni vampirizzanti.

Marco Aurelio fa poi un’interessante riflessione riguardo all’educazione scolastica ed alla formazione del giovane, considerando egli una fortuna l’essersi tenuto alla larga dalle scuole pubbliche, potendo disporre di buoni maestri chiamati in casa, grazie a possibilità non a tutti concesse, ed oggi praticamente irraggiungibili dai più. Ma un problema ancora attuale è comunque posto, quello di sottrarre il giovane alle deformazioni e ai danni dell’istruzione obbligatoria, asservita ad interessi che nulla hanno a che vedere con la sua sana formazione e col suo benessere fisico e psichico.

Anche perché il poter usufruire di questo allenamento privilegiato e di una simile palestra d’eccellenza gli ha consentito «la resistenza alla fatica, il bisogno di poco, il poter fare da me; il rivolgere ogni mio pensiero a me e non agli altri; l’avversione e l’impenetrabilità assoluta di fronte a calunnie e delazioni». E anche, come riferisce in un altro passo, il rifiuto di perseguire cose stupide e vuote, e la diffidenza per fattucchiere e maghi, incantamenti e scongiuri contro gli spiriti, evitando ogni inutile e dannoso abbandono alla superstizione e all’apertura verso il basso; come purtroppo accade a certi uccelli del malaugurio e profeti di sventura (dalla melma neospiritualista, ai complottisti della domenica, fino ai “fissati” d’ogni tipo, oggi tanto diffusi) i quali, apparentemente a fin di bene, non fanno che prevedere il peggio e annunciare in continuazione  eventi catastrofici e disgrazie d’ogni tipo, non si sa quanto a loro sgraditi; mostrando così, in definitiva, un chiaro segno di scarsa fede, se non un conclamato ateismo.

Accontentandosi del «modesto lettuccio coperto con una pelle», quindi di una vita semplice e concreta, è stato facile per Marco Aurelio manifestare un’avversione ad occuparsi di problemi astratti, a declamare pretensiosi discorsi, a farsi vedere uomo spirituale studioso e benefico, solo per colpire le menti altrui, conducendo sempre lo sporgersi all’esterno alla perdita d’equilibrio e a rovinose cadute. E ancora, la semplicità nella corrispondenza è un’altra qualità da lui apprezzata, che potrebbe sembrare soddisfatta dall’attuale uso dei social. Però la “semplicità” non ha niente in comune con la povertà del linguaggio e la banalità dei contenuti, quanto piuttosto con l’immediatezza della comunicazione e l’estrema chiarezza nell’esposizione; tutte cose favorite dall’abitudine a leggere approfonditamente e con attenzione, senza accontentarsi della superfice, ma penetrando a fondo in quanto viene letto. E una tale cura del pensiero è già sufficiente ad evitare di acconsentire affrettatamente a  tutto quello che ci viene propinato.

Il tono libero e la capacità di non affidarsi al caso, con lo sguardo rivolto incessantemente verso vie razionali e meditate, mantenendo l’umore stabile «nelle angosce che straziano, nella perdita dei figli, nelle lunghe infermità»; l’amorevolezza, vivendo conforme a natura; i modi austeri e gravi ma lontano da ogni affettazione; la preoccupazione e la cura per il benessere degli amici; la sopportazione degli ignoranti; il sapersi adattare con tutti nella conversazione; la chiarezza nel trovare e disporre i principi fondamentali per la vita: sono tutti segni di un centramento e di una padronanza che salvaguardano dagli influssi esterni negativi, gettando solide basi per ordinare l’orizzontale e puntare al verticale.

Riguardo poi al suo ruolo politico, egli prende atto dell’invidia, della malizia e dell’ipocrisia dei tiranni, particolarmente esposti a tali vizi (come, del resto, tanti governanti di nostra conoscenza!), dato che «i cosiddetti patrizi, questa gente famosa, sono indubbiamente persone degne di ben poca considerazione»; esigendo la gestione del comando e del governo di uno Stato la medesima cura ed attenzione che va applicata nel governare se stessi. Infatti, il non lasciarsi trasportare contro voglia per nessuna ragione; la fiducia nelle avverse vicende e nelle malattie; il tono temperato di carattere, soave e dignitoso; la prontezza nell’affrontare gli eventi senza lamentarsi; il non meravigliarsi di nulla e non aver mai fretta, non indugiare, trovare sempre una via d’uscita, senza sfiducia né eccessiva confidenza; non pentirsi mai di una decisione e non nutrire mai sospetti; la pronta beneficenza, la facilità al perdono, l’odio per la menzogna; si mostrano accorgimenti validi in entrambi i casi: sia del sovrano di uno Stato, sia del sovrano interiore; sia dell’Imperatore, sia del cittadino romano. Non per nulla lo “Yoga d’Occidente”, cioè l’Alchimia, veniva chiamata anche Arte Regia.

Precetti e indicazioni, tutti questi, che potrebbero sembrare relegati e sepolti in un passato chiuso e irripetibile, in un tempo che non conosceva ancora l’odierna assenza di carattere e il prevalere di temperamenti tanto vacui e inconsistenti come quelli attuali. Ma essi risulteranno sempre utili e necessari per coloro che non si lasciano pietrificare dalle barriere del tempo e dello spazio, tentando ancora la comunicazione e la vicinanza con la dimensione spirituale che già ispirò Marco Aurelio; l’accesso alla quale verrà facilitato dai suoi insegnamenti, contribuendo ad alimentare il fuoco personale, che si fa luce, per scacciare le tenebre (interne ed esterne) dalla Terra devastata e guasta. Restaurando la regalità e il principio dormiente, l’Imperium, rimettendo al posto che gli compete il Sovrano (che sia Artù o Federico, quello che conta è il simbolo) in attesa, in luoghi inaccessibili ed elevati, come la cima dell’Etna.

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