

Chi ha avuto l’opportunità e la fortuna di fare parte di un gruppo che non si limiti ad essere semplice comitiva, si sarà facilmente reso conto che da un dato momento in poi si viene a determinare fra i vari componenti una sorta di solidarietà e condivisione di un tipo del tutto particolare – definibile di carattere sottile – che alla lunga sfocia in una vera e propria somiglianza e reciproca affinità, man mano che si percorre insieme la stessa via, specie se in vista di uno scopo d’ordine spirituale, basata quindi sul lavoro interiore. Questo si spiega col fatto che, pur partendo ognuno da esperienze storie e condizioni diverse, da punti distanti e separati della circonferenza in cui è collocata e si svolge ogni singola esistenza, nel momento in cui essi cominciano a spostarsi dalla periferia, dal cerchio, attraverso opportuni esercizi ed interventi tecnici e operativi, dirigendosi decisamente verso il centro, verso il punto unico che tale Centro (in quanto Verità, dottrina e conoscenza) rappresenta, viene a determinarsi una naturale spontanea e progressiva rinuncia ad ogni singola particolarità, ad ogni personalismo, ad ogni differenza e divisione, unificandosi sempre più, fino a divenire un’unica realtà, un solo essere, un nuovo ente e organismo caratterizzato da un comune stile, carattere, modo di pensare e di apparire all’esterno.
È quel che, in parte e su un piano più contingente e specificamente politico, indicava Evola a proposito del militante del Fronte della Tradizione, in Orientamenti: «Si deve giungere al punto, che il tipo di cui parliamo, e che deve esser la sostanza cellulare del nostro schieramento, sia ben riconoscibile, inconfondibile, differenziato, e possa dirsi: “È uno che agisce come un uomo del movimento”». Solo che qui il legame che unisce fra di loro i singoli membri è ancora più forte e più profondo, trattandosi di un’unità liberamente accettata, per naturale adesione, e non imposta attraverso una qualche costrizione gerarchica (solo lo Spirito consente di accedere alla Libertà assoluta!); finalizzata a rimuovere tutti gli ostacoli posti dall’io al compimento del proprio lavoro interiore, attraverso il sacrificio della parte peggiore e più pesante di sé e l’eliminazione della zavorra dell’ego (la tendenza tamasica, secondo gli insegnamenti indù), fino a spogliarsi di ogni contingenza. Un legame che si potrebbe paragonare a quello già presente negli antichi Ordini cavallereschi o in quelli monastici, dove già nel vestiario, nell’abbigliamento, oltre che nella saggia scelta dell’anonimato, veniva evidenziata una tale uniformità e uguaglianza. Non un appiattimento verso il basso, dunque, ma una consapevole realizzazione ascendente e anagogica del motto “fusi ma non confusi”.
Avvicinarsi al Centro, alla Verità, in un movimento centripeto che unifica nell’armonia sonora e musicale di un ordine equilibrato, che è compito di chi guida e dirige l’esecuzione assicurare e mantenere, è il modo migliore e più efficace per rimuovere ogni protagonismo, personalismo ed egoistica pretesa. Allontanarsene, invece, volgendo, di fatto, alla menzogna ed alla falsità, con atteggiamento centrifugo, divide, separa e spezzetta in una informe e caotica molteplicità, dove le differenze sfumano e scompaiono nell’appiattimento caotico e disarmonico; in un’uniformità di segno completamente opposto al precedente, dove viene a sostituirsi all’armonia e all’accordo fraterno la chiassosa assemblea delle contrapposizioni o l’assordante dibattito e contrasto televisivo, che tutti purtroppo conosciamo, in cui ognuno va per la sua strada e si appesantisce e grava l’io con vanitose e vuote esibizioni. Entrambe condizioni, queste, magnificamente espresse e rappresentate con l’arte e fantastica letteraria da Tolkien, nelle opposte raffigurazioni dei componenti la Compagnia dell’Anello, da una parte, e gli orchi che presidiano la fortezza di Cirith Ungol, dall’altra.
Che un simile legame sia poi di carattere eminentemente virile (una cosa da maschi!) lo dimostra – indirettamente ma inequivocabilmente – la percezione istintiva che ne ha l’elemento femminile, cioè la capacità della donna di “sentire” che in certi legami e in certi tipi di solidarietà vi sia qualcosa di speciale e di unico, fino a determinare in lei un’ammirazione spontanea e un’attrazione sincera (se malintese posture “femministe” non si mettono di mezzo e si sovrappongono all’istinto naturale, minandone il riconoscimento e compromettendone la libera ammissione!); facendole intuire la gratuità, la lealtà e il disinteresse che presiedono e fondano quelle affinità, dove il “come stai?” maschile esprime un autentico interesse e una sincera attenzione per l’altro; a differenza dei “ma cosa si è messa in testa?” o “come si è conciata?”, dettati della vanità invidia e ostile competizione che spesso invadono il carattere femminile. E lo stesso effetto e risultato è possibile riscontrarlo – ma in questo caso in forma grottesca e ridicola – anche presso certe sensibilità effeminate, dove però prevale un’attrazione fondamentalmente perversa ed ammalata, quella che “sbircia” l’orinatoio a fianco, fantasticando e ricamando intorno all’unica ossessione, il solo chiodo (è proprio il caso di dire!) fisso verso cui è ininterrottamente rivolta la loro attenzione e orientato tutto il loro essere.
Tornando, tuttavia, a cose più serie: siccome la tradizione nella sua unicità si adatta alle diverse condizioni di tempo e luogo, prendendo le misure più appropriate per ogni singolo caso individuale, la differenziazione iniziale fra ogni individuo e fra ogni via è, in fondo, qualcosa di inevitabile e normale; ma solo fino a un certo punto, a partire dal quale dovrà necessariamente verificarsi quel passaggio dalla molteplicità all’unità descritto all’inizio; altrimenti vorrà dire che non si sta affatto marciando tutti quanti nella stessa direzione, e non tutti hanno in vista lo stesso obiettivo (la dottrina tradizionale) e lo stesso punto di arrivo (il rifiuto fermo e categorico dell’anomalia moderna). Ed ogni “somiglianza”, allora, non potrà che venir meno.