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Agonia di fine ciclo

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Agonia di fine ciclo
Agonia di fine ciclo

 

Col precedente inserimento in questo spazio del testo del poeta e filosofo romantico tedesco Novalis (pseudonimo di Georg Friedrich Philip von Hardenberg), dedicato alle radici cristiane dell’Europa medioevale, e qui presentato nella traduzione di Giuseppe Prezzolini, si voleva mostrare, da un punto di vista particolare rappresentando il Romanticismo l’affermazione definitiva dell’io nel campo dell’arte, della cultura e del modo di pensare, quello che in Europa – propaggine e complemento del mondo asiatico – nel corso dei secoli si è andato perdendo in fatto di presenza effettiva di un’influenza tradizionale; perdita che è poi alla base dell’attuale decadenza e della totale marginalità e insignificanza politica europea nel panorama mondiale. Va tenuto conto, infatti, che Novalis stilava quel testo a inizio Ottocento, nel corso delle guerre napoleoniche, quando cioè l’Europa conservava ancora una sua centralità geopolitica e civile, per quanto da tempo agonizzante sotto i colpi della sovversione; ed egli aveva allora in vista fenomeni come l’Illuminismo, l’incombente Positivismo, la Rivoluzione industriale e quella francese. La fase ciclica, insomma, che con Guénon potremmo chiamare della “solidificazione”. 

Ovviamente, tale logoramento ha interessato in primo luogo, com’era logico che fosse, l’istituzione religiosa preposta a garantire alla società europea le tradizioni necessarie a conservare la fede, e quindi la stabilità normativa e dottrinaria. Nel suo scritto Novalis tratteggia molto bene tali attacchi alla Chiesa cattolica, arrestandosi tuttavia – per invalicabili limiti temporali – alla situazione immediatamente precedente al crollo degli ultimi due secoli, crollo assecondato e promosso proprio dalle cospirazioni risorgimentali ottocentesche e dalle due guerre mondiali novecentesche, che hanno attivamente assolto il compito di spazzare via dal Continente ogni precedente residuo legittimista e ogni forma istituzionale ancora (almeno nominalmente) “di diritto divino”.  

La Chiesa, dopo la tracimazione protestante, che fu comunque ancora in grado di contrastare, reagendo efficacemente (per quanto il reagire rappresenti già un segno di debolezza e di perdita di autorità!), grazie alla presenza di uomini validi e capaci, dall’illuminata intelligenza che gli derivava da una spiritualità ancora pienamente vissuta e praticata, dovette subire, nella seconda metà del secolo scorso, un ben più catastrofico assalto, anch’esso partito dal suo interno (solo chi ti conosce ti ruba in casa!), e promosso da suoi membri smarriti ed infedeli, col Concilio ecumenico Vaticano II; gettando così le basi e creando i presupposti per il suo annichilimento attuale, essendo oramai essa da tempo “occupata dal mondo” ed impegnata ad adattarsi alla mediocrità generale.  

Le riforme conciliari, secondo il vescovo tradizionalista Marcel Lefèbvre, «hanno contribuito e contribuiscono a demolire la Chiesa, a rovinare il sacerdozio, ad annientare il sacrificio e i sacramenti, a far scomparire la vita religiosa, ad un insegnamento naturalistico e teilhardiano nelle università, nei seminari, nella catechesi, insegnamento derivato dal liberalismo e dal protestantesimo tante volte condannato dal solerte Magistero della Chiesa». In questo modo le ideologie del mondo moderno sono entrate definitivamente nella sacre stanze, determinando perfino una nuova esecuzione dei riti, a cominciare dalla messa: «Si è creduto di attirare alla Chiesa – è sempre monsignor Lefèbvre a parlare – la gente che non crede, prendendo le idee dell’uomo moderno».  

Ma visto lo stato attuale della chiesa bergogliana, dove, per imbonire i non credenti si sono allontanati i credenti; cambiando perfino il testo del Padre nostro, e facendo per giunta entrare nel rito centrale della consacrazione, come se si trattasse di nuovi elementi liturgici, “il gel disinfettante e le mascherine sanitarie” ereditati dalla pandemia; il tradizionalismo lefebvriano rischia di apparire superato e una battaglia di retroguardia, dalle preoccupazioni esclusivamente politiche e formali, centrate su anticomunismo e “addobbi” del sagrato… Anche perché esso – indirettamente e suo malgrado – ha contribuito a dare la stura al fondo torbido di personalissimi risentimenti da parte di alcuni contestatori, che si lasciano andare a blasfeme ricostruzioni su un presunto satanismo degli ultimi pontefici; non dissimili in questo, sia nella forma che nei contenuti, dagli improvvidi attacchi degli eterni odiatori seriali del cristianesimo e della religione, promotori di quell’ateismo pratico chiamato nella Bibbia stoltezza; contribuendo così anch’essi ad alimentare la confusione e gli squilibri interiori, che non rappresentano certo segnali positivi.  

Molto più lungimiranti e attuali potranno allora risultare le parole pronunciate dall’allora cardinale Pacelli – non ancora papa Pio XII, e prima che il Concilio venisse – quando affermava: «Sento intorno a me dei novatori che vogliono smantellare la Sacra Cappella, distruggere la fiamma universale della Chiesa, rigettare i suoi ornamenti, procurarle il rimorso per il suo passato storico […] Verrà un giorno in cui il mondo civilizzato rinnegherà il suo Dio, in cui la Chiesa dubiterà come Pietro ha dubitato. Sarà tentata di credere che l’uomo è diventato Dio, che suo Figlio non è che un simbolo, una filosofia come tante altre, e nelle chiese i cristiani cercheranno invano la lampada rossa dove Dio li aspetta, come la peccatrice che gridò davanti alla tomba vuota: Dove l’hanno messo?» 

È bene ribadire a questo punto che, mentre la metafisica e la religione in generale comportano sempre una dimensione spirituale sopra-umana, di cui la stessa Chiesa poté in passato adeguatamente usufruire per instaurare e mantenere l’ordine nelle società da essa guidate, ogni filosofia e concezione moderna, al contrario, nasce e rimane legata al piano umano, essendo propriamente una creazione umana, e quindi limitata, esposta al disordine e quanto mai fallibile. Non c’è perciò da sorprendersi se gli stessi dogmi religiosi, prima indiscutibili, vengono ora cancellati e sostituiti con i nuovi dogmi laici: quei diritti civili invocati da eterogenee e chiassose minoranze, le quali pretendono di sostituire al generale bene comune l’interesse (ed il vizio) particolare, imposti con sempre maggior virulenza da un potere politico svuotato di ogni autentica autorità.  

L’attuale pontefice appare, del resto, sempre più claudicante (non solo fisicamente!) e indeciso, mostrandosi particolarmente sensibile ed esposto a queste sirene di una modernità sempre più invadente, empia e irriverente. Col rischio concreto che si ripeta quanto già avvenne a suo tempo con l’Illuminismo settecentesco, il quale, dopo un esordio in sordina e, tutto sommato, marginale, andò progressivamente ad influenzare ed infettare tutti i settori della società, compresi quelli religiosi. La stessa cosa sta avvenendo oggi con la cosiddetta ideologia “woke” e le sue improponibili enormità, la quale comincia a prendere sempre più campo e a guadagnare spazi di credibilità in vasti settori della società contemporanea, finendo per inquinare perfino gli stessi vertici religiosi. 

Del resto, per il soddisfacimento materiale dei bisogni dell’uomo è sufficiente la filantropia e l’operato dei suoi “sacerdoti”; mentre per il suo ben più importante e fondamentale avanzamento spirituale e la sua crescita interiore c’è sempre stato bisogno della religione, se non anche, in alcune particolari eccezioni, di vie ascetiche percorribili e di tecniche realizzative sperimentabili, tutte ferocemente contrastate ed inevitabilmente emarginate nel contesto attuale, dove si cerca scientemente di cancellare nell’uomo ogni anelito superiore e qualunque pratica e pensiero che rischi di allontanarlo e sottrarlo alla piatta orizzontalità in cui è costretto a vivere. 

Se l’illuminismo comportò come immediata conseguenza pratica la rivoluzione industriale, l’ideologia woke non può a sua volta essere separata e disgiunta dalla rivoluzione informatica e dall’Intelligenza Artificiale. L’inversione cosmologica e gerarchica che ha relegato in secondo piano l’intuizione intellettuale pura, simboleggiata dal Sole, per lasciare campo libero alla ragione (simboleggiata dalla Luna), nella sua manifestazione patologica del razionalismo, ha fatto sì che in questa società “lunare” la persona sana ed equilibrata di un tempo si tramutasse in effimero consumatore, e la ricerca interiore veniva soppiantata dal più becero ed insulso consumismo, anche riguardo al sacro (come cantava Battiato in Magic shop); realizzando così compiutamente il passaggio definitivo dalla solidificazione alla dissoluzione. Tendendo per giunta ai sempre più rari “vocati” trappole micidiali, ora innescate anche con una pseudo-religiosità virtuale ed informatica, le cui artificiose cerimonie e ritualità si tengono “da remoto”, quindi senza garantire l’indispensabile e necessaria condizione della presenza fisica reale (come del resto oggi accade anche per il sesso e per la guerra!), dalla quale non si può prescindere per una corretta esecuzione delle funzioni sacre e per la vera trasmissione di ciò che veramente conta e merita di essere trasmesso. 

Arrendersi, battere in ritirata e subire passivamente tale deriva è forse la soluzione più comoda e meno compromettente: un modo per vivere in tutta tranquillità, evitando conflitti, lacerazioni e fastidi d’ogni tipo. Ma, per quanti non sono disposti ad adeguarsi e cedere – perché per indole naturale “non possono fare altrimenti” –  ad una così penosa condizione esistenziale, va pensato un diverso atteggiamento e un maggiormente attivo e consapevole ruolo di opposizione e contrasto. Si è prima detto delle rivoluzioni (deleterie e dall’esito distruttivo) che si sono succedute nella storia, ma è pur vero che l’unica rivoluzione che (già etimologicamente) risulta legittima rimane quella tradizionale. Quella cioè che riguarda un ciclo che, in fine, ritorna all’Origine. Non solo ci si può, quindi, ma ci si deve ribellare e combattere, innalzando convintamente e consapevolmente la bandiera della rivoluzione tradizionale. Al contempo combattimento sul piano spirituale, culturale e – perché no? – perfino politico. 

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