

Tilopa è seduto e studia un trattato di filosofia, quando alle sue spalle appare una vecchia povera che legge o finge di leggere sopra la sua spalla e gli domanda bruscamente: «Capisci quello che leggi?». Tilopa si indigna. Come osa una vecchia e volgare mendicante fargli una domanda simile? Ma la donna, non gli lascia il tempo di esprimere i suoi sentimenti e sputa sul libro.
Tilopa con un balzo salta su. Ma che è venuto in mente a questa diavolessa che si permette di sputare sulle sacre scritture?
In risposta ai rimproveri violenti di Tilopa, la vecchia sputa sul libro una seconda volta e pronunzia una parola che Tilopa non riesce a capire. Poi la vecchia svanisce.
Ma per un effetto davvero singolare, quella parola, che per Tilopa non era stato che un suono indistinto, immediatamente dissipò la sua collera. L’invase una impressione penosa e si affacciarono alla sua mente dubbi sul suo sapere.
Dopo tutto poteva darsi che non aveva capito la dottrina esposta nel trattato… né quella né nessun’altra e che egli era solo uno stupido ignorante…
E che aveva detto quella strana donna? Che parola ha essa pronunziato e che lui non è riuscito ad afferrare? Lo voleva sapere. Vuole saperlo. Bisogna che lo sappia.
Tilopa partì alla ricerca della vecchia sconosciuta. Dopo lungo e faticoso vagare la incontrò, una notte, in un bosco solitario (c’è chi dice che l’incontro avvenne invece in un cimitero) e i suoi rossi occhi lucevano nelle tenebre come due tizzoni ardenti.
Bisogna sapere che la donna era una Dakini. Queste sono una specie di fate che hanno grande importanza nel misticismo lamaista, in quanto insegnano le dottrine segrete a coloro che le venerano o che a mezzo di processi magici sanno costringerle a rivelarsi. Il titolo di ‘madre’ è dato loro frequentemente. Appaiono spesso sotto la forma di donne anziane ed uno dei loro segni caratteristici sono gli occhi verdi o rossi.
Durante l’incontro che la donna ebbe con Tilopa essa gli consigliò di andare nel paese delle Dakini per incontrare la loro regina. Sulla strada che vi conduceva l’attendevano, però, numerosi pericoli: precipizi, torrenti furiosi, animali feroci, miraggi ingannevoli, orribili apparizioni, demoni affamati. Se egli si fosse fatto dominare dalla paura, se avesse deviato dalla giusta via, sottile come un filo e che serpeggiava attraverso quella terribile regione, sarebbe stato divorato dai mostri. Se, spinto dalla fame o dalla sete avesse bevuto ad una sorgente fresca o mangiato i frutti che pendevano dagli alberi lungo la strada, se avesse ceduto alle giovani bellezze invitanti a trastullarsi con loro in ridenti boschetti, egli sarebbe rimasto stregato ed incapace di trovare la strada.
Come viatico la vecchia gli diede una formula magica che egli doveva ripetere continuamente, concentrandovi il suo pensiero, senza pronunziare altre parole, cieco e sordo a tutto quanto lo circondava.
Certuni credono che Tilopa fece realmente il fantastico viaggio; altri più abili nel valutare certe percezioni e le sensazioni che possono accompagnare certi momenti di estasi, vedono nel viaggio una sorta di fenomeno psichico. Vi sono altri ancora che considerano tutte le descrizioni puramente simboliche.
Comunque, secondo il suo resoconto Tilopa vide le innumerevoli terribili visioni ed incantesimi che gli erano stati preannunziati. Egli lottò sui pendii rocciosi e nei torrenti spumeggianti, tremò dal freddo tra le nevi, arse tra i deserti sabbiosi e torridi senza però mai smettere di concentrarsi sulle parole magiche.
Alla fine giunse ad un castello le cui mura di bronzo, rese bianche dal calore, spandevano una chiarezza abbagliante. Giganteschi mostri femminili aprivano bocche formidabili per divorarlo; alberi dai rami taglienti gli sbarravano il passo. Entrò tuttavia nel palazzo incantato dove numerose sontuose stanze formavano come un labirinto, ma Tilopa riuscì a raggiungere l’appartamento della regina.
La vide assisa su un trono; era di una bellezza divina, adorna di meravigliosi gioielli, sorrideva all’eroico viaggiatore, allorché egli attraversò la soglia della stanza.
Tilopa, senza commuoversi di fronte a tanta grazia, fece i gradini del trono, e sempre ripetendo la formula magica, strappò i gioielli della fata, calpestò le sue ghirlande fiorite, lacerò i suoi vestiti di broccato d’oro e quando fu nuda sul suo trono ormai spoglio, la violò.
La conquista d’una Dakini, sia per violenza, sia per magia, è un tema che corre spesso nella letteratura mistica lamaista. È una allegoria della conquista della verità e d’un certo processo psichico dello sviluppo spirituale.
Tilopa trasmise la sua dottrina a Naropa del Cashemir, ed il discepolo tibetano di quest’ultimo, Marpa, l’introdusse nel Tibet. L’eminente discepolo di Marpa, il celebre asceta-poeta Milarepa la diffuse, a sua volta e la trasmise al suo discepolo Tagpo Lhadji e la successione di questi asceti continua ancora ai nostri giorni.
Alexandra David-Neel