

Aveva ragione Celine a dire (in Bagatelle per un massacro) che “piangere conserva”. Il piagnisteo di fatto cela ai più certi volti feroci, certe palesi cattiverie, certe gratuite crudeltà, nonché il manifesto disprezzo per ogni regola di convivenza civile e di rispetto per l’altro: che con tragica regolarità è possibile riscontrare in determinati tipi umani e in specifiche entità politiche e statuali. Da costoro l’odio trasuda copiosamente, sottolineandone la vera natura, senza che essi nemmeno si preoccupino di mascherarlo. Salvo poi, per giustificare l’ingiustificabile, ricorrere all’ipocrita motivazione dei fini democratici del loro operato. Com’è il caso dell’unica democrazia del Medio Oriente; la quale avrebbe il diritto, a detta loro e dei loro complici internazionali, di difendersi ad ogni costo e con qualunque mezzo.
Questo uso strumentale dell’ombrello democratico da parte di Israele, per compiere indisturbato le peggiori porcate, è reso possibile dall’avere alle spalle l’energumeno statunitense, intento a tenergli fermo e immobile qualunque avversario provi a reagire ai suoi soprusi. Tutte le guerre, i massacri e le rovine che da decenni devastano l’area mediorientale, con metodi vigliacchi e all’insegna del disonore, compreso il rischio implicito di una deflagrazione mondiale, si sono succeduti solo per far terra bruciata intorno allo stato sionista, e garantire sonni tranquilli ad una popolazione di psicopatici dalla coscienza sporca; infierendo in particolare sugli inermi e su coloro che non hanno alcuna possibilità di reagire. Dimostrando ancora una volta la “prova psicologica”, per cui si è soliti addebitare agli altri i propri pensieri, la propria sete di sangue, di sterminio e di genocidio. Sempre in nome, sia ben chiaro, della democrazia e della pace!
È come se sul mappamondo fosse collocato un minaccioso avviso: “CHI TOCCA LA DEMOCRAZIA MUORE”. Diventa quindi inevitabile richiamare alla memoria quanto avveniva tempo addietro in un piccolo paese, laggiù in fondo alla Sicilia (più nord Africa che sud Italia!), al cui ingresso era collocato un abbeveratoio per animali: asini muli e cavalli, indispensabili mezzi di lavoro e di trasporto per la tramontante società contadina, dove ogni famiglia possedeva almeno una bestia da soma. Un abbeveratoio, in breve soppiantato dai rifornimenti di benzina e dalle stazioni di servizio, con un tubo metallico a mo’ di rubinetto, che riversava notte e giorno un cannello di freschissima acqua corrente nella sottostante vasca. Per i paesani, dissetarvisi sotto il caldo africano del luogo era un rinfrancante e rigenerativo rituale quotidiano. Usanza continuata anche quando il Comune vi collocò un cartello che recitava: ACQUA NON POTABILE. Il progresso cominciava a farsi strada, coi suoi cavilli igienico-sanitari e coi suoi divieti… a fin di bene!
Ora, avvenne che un giovane del posto, che a quel rubinetto “proibito” si era anch’esso tante volte dissetato, essendo andato a svolgere il servizio militare al Nord, provando a bere l’acqua che sgorgava dai lavabi della caserma, disgustato la sputò, esclamando: “Che schifo! sembra acqua potabile!”
L’umanità attuale ridotta senza Dio, che ha sostituito la scienza materialistica alla conoscenza metafisica, e alla continua ricerca del benessere consumistico per tutti, a dispetto della crescente disuguaglianza fra pochi super ricchi e sempre più numerosi poveri e disperati; dedita alla costruzione di una nuova Torre di Babele, che tanto disgusto aveva già provocato in Dostoevskij, che vi aveva individuato l’origine e la natura del male che distruggerà l’Occidente, prova a nascondere ogni anomalia e malessere dietro il paravento democratico. Un tappeto consunto sotto cui si fa scivolare ogni tipo di crimine ingiustizia e sopruso, spingendo le persone ancora normali e sane – se ancora ne esistono! – provenienti dalle estremità della terra e da altre civiltà (come Gaza, se si salva qualcuno!), trovatesi catapultate nelle nostre società malate, ad esclamare con disgusto: “Che schifo, sembra democrazia!”