

È indubbio che in passato l’esclusivismo exoterista e religioso o l’orgoglio etnico e razziale avessero una loro ragion d’essere e svolgessero una loro ben precisa funzione, nell’evitare mescolanze spurie tra forme tradizionali diverse, fornendo ad ognuno la consapevolezza di una marcata differenziazione rispetto agli altri uomini e alle altre civiltà: essendo ogni singola tradizione destinata ad un tipo umano ben definito, e quindi applicabile alle condizioni specifiche di tempo e di luogo in cui questo si trovava a vivere.
Fra l’altro, una realtà e un dato di fatto già di per sé sufficienti a far considerare l’ecumenismo postconciliare della Chiesa cattolica per quello che è: una parodia dell’unità trascendentale delle religioni. Ma, in ogni caso e a rigor di logica, in tempi di globalizzazione simili divisioni non dovrebbero aver motivo di esistere, proprio nel momento in cui si tende a cancellare ogni traccia di appartenenza e di identità; ora che le passate fierezze sono diventate atteggiamenti di cui vergognarsi, e peccati da confessare a testa bassa!
Del resto, Franco Cardini ha potuto recentemente affermare – sul Fatto Quotidiano – che l’Italia ha avuto un indiscutibile primato culturale e civile quando non era ancora costituita in Stato unitario, vivendo sotto il dominio e l’amministrazione di potenze straniere, che tuttavia non ne misero mai in discussione peculiarità costumi e qualità; come, per esempio, in campo musicale, dove, a partire dal ‘500, ha costituito un’eccellenza da tutti riconosciuta ed imitata, nelle terminologie adottate e nelle tecniche d’esecuzione. Mentre oggi, con uno stato autonomo (?) ed una labile sovranità nazionale, il prestigio dell’Italia sembra essersi ridotto alla qualità e varietà del cibo, oltre che alle proposte turistiche e ai servizi offerti ai visitatori (“servi che soddisfano vizi”), di cui c’è veramente poco da vantarsi…
Perché, una volta eliminato ogni riferimento superiore e cancellato ogni tipo di appartenenza, l’umanità è sul punto di essere ridotta ad un’unica poltiglia indifferenziata, in un livellamento e appiattimento universale del tutto funzionali alla società dei consumi, senza alcuna specificità degna di nota, essendo scomparse le caratteristiche e le qualità che rendevano unica e inimitabile ogni civiltà; costituendo tali caratteristiche una fonte di bellezze infinite e di incommensurabili ricchezze. E non si capisce su cosa oggi dovrebbe poggiare e trovare fondamento un orgoglio e una fierezza.
Di fatto, gli orgogli etnici e razziali che oggi vengono propugnati da popoli ed etnie fra i meno “dotati” in tal senso – a dispetto dell’appiattimento democratico prima ricordato – non nascondono altro che il vuoto incolmabile lasciato dalla perdita di contatto con le radici dell’Essere (quindi con la tradizione!), portando alle estreme conseguenze i peggiori vizi e difetti dell’io, come la dipendenza dagli altri e dal giudizio altrui, o l’eccessiva importanza attribuita alle apparenze e al mostrarsi. Già presupposti dall’esclusivismo religioso, data l’angusta limitatezza orizzontale del suo punto di osservazione; impossibilitato com’è ad accedere a più alte e ambiziose prospettive. Senza che questo debba necessariamente costituire una colpa.
E non è sicuramente un caso se simili esclusivismi e tali orgogli caratterizzino in particolar modo e in primo luogo proprio gli attuali fondamentalismi (religiosi e politici, ma non solo). Fenomeni del tutto moderni e totalmente antitradizionali, dove le esigenze sentimentali trovano il loro compimento e la loro piena espressione. I quali, per imporre la loro visione e il loro tornaconto, sono disposti a ricorrere a violenze inaudite, forzando il diritto con legislazioni speciali sempre più pervasive, in una fanatica parodia dei principi e delle regole dello jus sacrum.
Anche perché l’atrofia di certe facoltà presso i moderni, ha trasformato in cieca fede quella che prima era consapevole esperienza, e in invasata superstizione quella che prima era ponderata conoscenza. Una fede scaduta in fanatismo (feroce e intransigente); anche quando il suo oggetto è la cosiddetta scienza (quella moderna, asservita al potere politico e priva di principi e superiori fondamenta), della cui deriva antiumana sono oramai a tutti noti gli esiti nefasti, avendone ognuno sperimentato gli effetti direttamente sulla propria pelle.