

Se la decadenza di una civiltà va di pari passo con la sua femminilizzazione allora la nostra si trova già in prossimità della rovina. L’epoca attuale infatti non solo è femminilizzata in moltissimi suoi aspetti, ma sembra anche non rendersene conto (la perdita della facoltà raziocinante ne è un altro sintomo), continuando a celebrare come progresso ogni tappa del suo declino. E una delle peggiori crepe del sistema è proprio quella di una giustizia non solo femminilizzata, ma anche preda di archetipi femminili deviati (in questa analisi faremo nostra la classificazione illustrata dal Bachofen nel Mutterrecht).
Una civiltà conta tra i suoi requisiti fondamentali, cioè tra le condizioni necessarie per la sua esistenza, una giustizia sana, ordinata, certa, in grado di garantire il normale svolgimento delle attività vitali a coloro i quali ad essa sottostanno. Venendo meno queste garanzie, sparisce con la certezza del diritto anche ogni tipo di fiducia nella società e nelle istituzioni. Lo stato in cui verte oggi la giustizia è di fatto uno stato di incertezza, in quanto le tutele e le garanzie dovute sono ormai venute meno, ulteriore segno, al pari del tradimento della politica, della fine del mondo ordinato della polis e della ricaduta verso regimi differenti, retti da altre regole e forze.
Ricaduta però che non è puro e semplice regresso, ma è un insieme di involuzione e degenerazione, uniti in una nuova e letale commistione. Infatti, mentre una giustizia che agisce contro coloro i quali dovrebbero godere della sua protezione è qualcosa di unico, strettamente legato all’anomalia del presente, l’involuzione si è già presentata altre volte nel corso della storia, in quanto cedimento dell’elemento ordinatore e irruzione di quelle realtà del caotico e dell’informe che un tempo furono già domate.
La giustizia è attualmente degenerata non solo nella mancata tutela dei cittadini ma anche a causa e per mezzo di un’ipertrofia legislativa mostruosa (c’è qualcosa che non sia regolato da una legge?) così come dal degrado dei suoi rappresentanti, completamente politicizzati e facenti parte di una classe chiusa nella cittadella dei propri privilegi, intoccabile e senza alcuna responsabilità. Notiamo a riguardo come anche quella assurdità dell’immissione delle donne nella magistratura si inserisca in questo contesto, non certo per errore ma per precisa scelta, coerente conseguenza di uno spirito del tempo radicalmente orientato verso la sovversione e la disgregazione. L’attuale regresso, sia pure con tutta la sua originalità, presenta comunque delle analogie con forme di un remoto passato che si ripresentano, ritornando come echi dagli abissi del tempo, anche se trasformati e in qualche modo distorti dalla lontananza. L’epoca presente è dominata dall’entropia e dalla materialità, dal rifiuto di ogni essenza luminosa e di tutto ciò che possa distaccarsi dalla regione inferiore del divenire. La giustizia è materiale, tellurica, senza più principi, una sorta di risorto “diritto materno” che non è l’ordine misurato del demetrismo vigilante e sollecito, ma è uno pseudo ordine degenerato in una dimensione più bassa, in un amazzonismo violento e arbitrario, non più “cereale” e “aurorale” ma “palustre” e “crepuscolare” nel suo disordine e nella sua inaffidabilità, nel suo proliferare senza limiti e freni. Un arbitrio infido, che non riconosce restrizioni né autorità superiori, legge a se stesso, autogenerantesi, iniussa ultronea creatio, come la vegetazione delle selve e degli acquitrini. Ci troviamo di fronte ad archetipi femminili, però deviati. Una Grande Madre crudele, sanguinaria, che altera il bilancio tra il dare la vita e il toglierla preferendo quest’ultima attività.
La misura, la cura, la tutela della vita e dell’ordine, cioè la funzione di sostegno materno, vengono sovvertiti, ormai divenuti liberi e improvvisi capricci di un dispotismo insofferente d’ogni costrizione per sé e per i propri scopi. Diritto sanguinario, di vendetta, di sacrifici cruenti, che ripudia le leggi positive per seguire solo il sentimento.
Kybele che si aggira per i monti selvaggi con un corteo di bestie feroci, le Erinni persecutrici e assetate di sangue, le Amazzoni che rifuggono ogni legame duraturo e azzoppano i figli maschi. Ma se i riti di Artemide Orthia, avida di sangue riversato sul suo altare, utilizzavano le energie del sacrificio per rigenerare la vita, ora non è più così, in quanto ogni sacrificio è completamente sterile e serve soltanto a distruggere l’equilibrio e a diffondere tutto quanto danneggia la vita.
Un lato mortifero, oscuro, che abbassa l’esistenza umana al suo livello più basso, escludendo ogni elevazione non solo spirituale ma anche materiale, che scorge nella proprietà privata una violazione del diritto, che considera nemico l’eroismo, la distinzione, tutto ciò che tenta di distaccarsi dalla massa informe e numerale. “Al posto di una ricca differenziazione – nota Bachofen – si affermano la legge della democrazia, della massa indifferenziata, quella libertà, quella uguaglianza che contraddistinguono la vita naturale di fronte alla vita civilmente ordinata.”[1]
Giustizia che esige apertamente il sacrificio della virilità, scontrandosi con tutto ciò che è sobrio, austero, aristocratico, prediligendo l’inferiore, il miserabile, il delinquente, il sottoproletariato sociale e razziale. Una giustizia che operando con una vera e propria frenesia della misericordia condanna invariabilmente l’innocente e perdona tutto al criminale, e che mentre guarda inorridita alla pena di morte volge lo sguardo altrove quando la violenza colpisce gli inermi che colpe non hanno. Giustizia che si basa sul pathos rifiutando l’ethos, instabile e malsicura come terreno di palude, impossibile sostegno per l’edificazione di qualsivoglia stabile costruzione. Cosa ancora più grave, questa giustizia non accetta responsabilità: tribunale supremo che vuole scrivere leggi, farle applicare per poi punire chi le trasgredisce, potere assoluto che vuole operare come una legge naturale, implacabile, inderogabile, selvaggia e ottusa. Puro tellurismo abbandonato a se stesso. Assenza totale di garanzie, instabilità istituzionalizzata e diventata norma, attitudine antivitale che ci accompagna verso l’estinzione. Qualcosa da combattere come minaccia alla vita stessa. Sicuramente frutto dei tempi e per questo ancor più difficile da sconfiggere o forse anche solo da riconoscere.
Nelle Eumenidi di Eschilo la nascita del nuovo ordine della polis, avvenuta sotto la quieta ma decisa protezione apollinea e della giustizia di Atena, porta il chiaro messaggio che “si può essere padre anche senza madre”, sancendo quindi la superiorità della virilità spirituale rispetto a ogni tipo di legame con quella dimensione strettamente naturistica che è il regno della Madre. Con l’assoluzione di Oreste trionfano la nuova legge e il nuovo diritto, per il rammarico delle Erinni, entità ctoniche dalla testa di serpe, figlie della Notte, che pretendevano la vendetta sanguinaria: queste ultime diventeranno però Eumenidi (le Benevole) nella misura in cui saranno integrate come ministre di giustizia secondo misura, nel rispetto delle leggi divine e umane. Con la fine della polis questo accordo è venuto meno, con l’abbandono della regola e della sobrietà e il regresso verso forme incontrollate e arbitrarie che non rispondono più alle logiche dell’ordine civile. Tale disarticolazione apre le porte a una nuova epoca, dominata da forze più sfrenate, da incertezze e capricci, non certo piacevoli perché riguardano la stessa vita associata, quel fragile equilibrio sempre sul punto di infrangersi e che per secoli è riuscito a mantenersi solo grazie alla fermezza, alla severità e alla difesa dell’ordine.
Renzo Giorgetti
[1] J. J. Bachofen, Il matriarcato, Torino, Einaudi, 1988, tomo I, p.38.