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LE VOCI DI FUORI

(Progetto per un racconto)


Ammettiamo che nell’uomo non sia spenta l’esigenza del «Nosce te ipsum», che è tutt’altra cosa della moderna scienza dell’uomo, afferrata in basso e coinvolta nel grandioso vortice dell’indagine sulla natura; di quel «conosci te stesso» che voleva dire: interrompi il flusso della tua soggezione al mondo esterno, e cerca in te per sapere se c’è un punto fermo, un’inversione di corrente, oppure tutto, realmente, scorre via in un senso, come sosteneva Eraclito. Ammettiamo dunque che in qualcuno possa sopravvivere una tale desueta esigenza, e ritenendo impertinente nei confronti dello spirito del tempo farne un oggetto d’ulteriori indagini astratte, immaginiamo il caso d’un uomo d’oggi nel cui animo avvenga un così improbabile risveglio. (Improbabile, non impossibile. Crediamo infatti che nell’uomo sopravvivano tutte le possibilità; purché si riconosca che l’eversione s’è schierata tra le conquiste).

Incominciamo col tratteggiare brevemente l’uomo del cui caso vorremmo dar conto. Età media, famiglia normale quel tanto che è consentito dal presente disordine, una discreta collocazione professionale. Sono le tre condizioni che generalmente concorrono all’assestamento, all’acquiescenza, alla stabilità. Raggiunte queste tre condizioni, la gran parte degli uomini non fa che ripetersi e decadere. Ma per uno che voglia ostinarsi a prendere sul serio la singolarità di stare nel mondo, questo può essere il momento delle verifiche e della crisi. Diciamo che fino ad ora, intento a raggiungere e consolidare il proprio stato, egli s’è lasciato credere che il meglio fosse di consentire ai tanti moti di avanzamento, che il nostro tempo sta proponendo incessantemente, con il rischio continuo di confondere progresso con fuga in avanti.

Quale punto d’avvio al processo che ci siamo proposti di raccontare, abbiamo scelto un accadimento eccezionale, tipico della direzione di sviluppo percorsa dall’uomo in questo fertile scorcio della sua storia: la conquista della luna.

Si ricorderà che l’evento polarizzò per alcuni giorni l’interesse del mondo; destò ansie, accese entusiasmi, suscitò polemiche; ma anche illazioni ed enfasi e retorica, che sempre infiorano di iperboli ogni conquista sensazionale. Fra le tante affermazioni e previsioni più o meno fondate, fu autorevolmente proclamato dal «video» che con la conquista della luna s’era aperta per l’uomo una nuova dimensione. Autorevolmente, non soltanto perché il video ha preso oggi il luogo dell’antica ara sacrificale, ma anche perché a proclamarlo fu un uomo di scienza, di quelli che non si lasciano travolgere dall’entusiasmo. Saranno stati in molti, quindi, a pensare che un mutamento fosse stato realmente introdotto nel mondo, sulla via prodigiosa dell’umano sviluppo. Si può supporre che l’annuncio sia stato oggetto di scambi di idee, in qualche caso di dispute. Qualcuno certo si sarà domandato in che cosa dovesse consistere la nuova dimensione acquisita con la conquista lunare; ma, come si usa fare, sfiorando appena il problema e lasciandolo poi cadere in pace, ovviamente irrisolto, magari dopo aver constatato che si poteva tranquillamente darsi conto della cosa misurandola entro le classiche tre dimensioni del vecchio Euclide. Si può anche supporre che qualcuno tra i più informati, abbia volto sportivamente un pensiero alle nuove dimensioni ipotizzate da Einstein. Altri infine avrà avanzato l’ipotesi che la misteriosa nascita sia da collocare sul piano delle esperienze interiori; ma anche in tal caso si resterebbe nel seminato, essendo sempre esistita la possibilità di schiudersi a nuove dimensioni sulla via d’uno sviluppo interiore... Insomma, chi avesse voluto sentirsi integrato nella dimensione cosmica regalata agli uomini dall’impresa dei “lunauti”, è presumibile che si sarebbe trovato di fronte alla grave difficoltà di capire in che consistesse realmente la nuova dimensione acquisita. Non venendone a capo, avrà spostato il proprio interesse su altri accadimenti, pago di qualche annotazione in più alla voce “Astronautica” del proprio schedario informativo.

 

Il protagonista di questa storia, viceversa, si ostinerà a voler considerare l’annuncio della nuova dimensione come una realtà da acquisire, che non riguarda i soli astronauti ma tutti gli uomini in possesso delle loro facoltà razionali. Si darà ad analizzare, ad approfondire la cosa con un rigore e un accanimento da giudicarsi fuor di luogo se non stesse a manifestare il primo sintomo d’affioramento d’una crisi latente. Così, come aveva assunto sino allora tutte le promozioni elargitegli dai progressi compiuti in ogni campo, s’impunta che deve acquisire anche questa, sul piano della ragione. Poiché è su questo piano la sua forza, la forza dell’uomo in linea col tempo, aperto alle emancipazioni e in grado di partecipare coscientemente d’ogni conquista sulla via del progresso.

Per averne conferma, diamo un’occhiata al suo passato.

Proprio su questo piano d’evoluzione razionale, suggeritogli come il più elevato dall’avvento della democrazia, la nozione dell’umano progresso quale irreversibile accumulazione, gli era stato facile acquisirla, nonostante fosse cresciuto in un clima di idee che la contestavano per rifarsi oscuramente all’indietro. Dopo la catastrofe della guerra perduta, non aveva avuto difficoltà ad ammettere che quel rifarsi all’indietro era stata una aberrazione antistorica, una battuta d’arresto nel processo evolutivo. La storia, comunque si voglia divagare sui suoi apparenti ricorsi, procede sempre in avanti. Ammetterlo, allora gli era parso ovvio, conseguente. Già nel caos della resa, tra esultanze, frustrazioni e scatenamenti, si era avuto il senso della rimozione d’un ostacolo. Tornando a fluire più umane e dimesse realtà, affluirono insieme i doni della libera conoscenza, tutta volta a dimostrare l’ineluttabilità dei mutamenti, in un progredire continuo verso l’accesso alla soluzione di tutti i problemi. Scienza e tecnica, svincolate dopo l’atomica dalla servitù distruttiva, eran tornate al servizio di tutti gli uomini; dai loro inarrestabili sviluppi, deriva un continuo accrescimento di beni... Anche la storia era tornata a testimoniarci di società del passato dove gli uomini eran separati in caste e vigevano odiosi principi di privilegi e disuguaglianze. Facile era stata dunque l’acquisizione della categoria del progresso, quando la riscoperta dell’uguaglianza, con l’avvento della democrazia elargisce a tutti dignità di persona e parità di diritti (Se in pratica le cose non s’erano avviate come avrebbero dovuto, occorreva solo dar tempo al tempo).

 

Su questo piano, diremo che anch’egli s’era lasciato indurre a volgere la sconfitta in termini di liberazione. Accenneremo alla sua meraviglia d’aver sopportato così a lungo la mancanza di libertà, quasi senza avvertirla. Ma nell’atto di riceverla, s’era presto compenetrato di quanto gli si confacesse. Venne a sapere che sino allora ne aveva avuto un’idea convenzionale, in termini astratti, letterari, come di qualcosa da conseguire dentro di sé, contro se stesso. Essendogli invece offerta trionfalmente nella pienezza di tutti i termini, senza contraccambio di rinuncia alcuna, l’aveva assunta con naturalezza tra gli attributi inalienabili della propria condizione d’uomo, come gli veniva clamorosamente concesso.

Con uguale disposizione ai superamenti evolutivi, aveva consentito alla graduale demolizione dei vecchi tabù, quali il culto della patria, la retorica dell’eroismo, la sacralità della famiglia a struttura gerarchica, l’autoritarismo, il virtuismo, e insomma tutte quelle forme di sopraffazione che irretivano l’individuo, ormai scavalcate dall’emancipazione in atto. S’era inoltre messo alla pari con l’avanzamento dei tempi aprendosi alle nuove idee generali, quali la pace universale, l’ecumenismo umanitaristico, l’avvento della socialità, l’economia come destino e la scienza come religione.

Ora, su questa linea di progressismo e di razionali acquisizioni, non è inverosimile fargli ritenere che dovesse inserirsi anche l’acquisto della fantomatica nuova dimensione; e spingerlo a farsene un’impuntatura, al punto di porsi questa alternativa: o la nuova dimensione io posso assumerla di persona, così da conseguirne una mutazione evolutiva, oppure l’intero sistema delle acquisizioni informative è da sottoporre a verifica.

Preso in sé, un tale atteggiamento appare forse arbitrario. Ma noi lo giustifichiamo quale sintomo del suo affiorante stato di crisi. Talvolta, può bastare una occasionale battuta d’arresto nel meccanismo delle assunzioni accumulative, detto anche progresso culturale oppure oltranzismo divulgativo, perché l’erosione in atto nel sottosuolo dell’umanità attuale affiori ad incrinare in qualcuno la fede nei gratuiti accrescimenti.

 

Quando questo accade, si è prossimi al capolinea. Tra poco dovremo scendere dall’autobus e scegliere se proseguire con le nostre gambe venendo a sapere quel che siamo, oppure fermarci e aspettare un passaggio non importa per dove, purché si possa continuare ad essere portati. Intanto ci interroghiamo e guardiamo attorno con occhi diversi.

Egli, dunque, prenderà a riflettere su se stesso in un modo insolito. Quando si riflette su se stessi, si usa pensare a ciò che si ha, a ciò che si vorrebbe avere, ai cambiamenti del proprio stato, al proprio valore rispetto agli altri e a quello degli altri rispetto a sé. Ma il concetto di sé, ciò che si è o si crede di essere, in genere rimane intatto, non abbisogna di verifiche; s’è formato per sedimenti, per successive stratificazioni, ed è insomma il terreno interno su cui poggiamo senza chiederci continuamente di che è fatto, così come non ce lo chiediamo della terra su cui poggiano i nostri piedi. Proprio su questo terreno, invece, starà ora volgendo la corrosione del suo stato di crisi. Incomincerà a misurarsi con le cose di cui porta in sé le parole, i concetti, e tante immagini prefabbricate...

Esempio del nuovo corso dei suoi pensieri: noi scegliamo un abito tra quelli che ci vengono proposti, secondo la moda del giorno; lo indossiamo compiaciuti, constatando che ci sta bene, che ci aiuta a svolgere senza disagio il nostro ruolo tra gli altri. Ma ogni sera l’abito ce lo togliamo, e sotto c’è il nostro corpo che resta quello che è, che non muta col mutare degli abiti; bello o brutto che sia, noi siamo quotidianamente indotti a rinnovarne la cognizione... Ora, tante assunzioni sulla via d’un progresso forse solo formale, nominale, non le abbiamo indossate e via, senza l’obbligo ovviamente di toglierci ogni sera anche quest’abito mentale, così che l’affiorare d’eventuali difformità non si vede neanche da dove nasca, se da ciò che tuttavia siamo o da ciò che altri ci han persuasi d’essere?...

Ma non si servirebbe la verosimiglianza, se non si facesse cenno anche a qualche sua reazione. Egli cercherà dunque di richiamarsi alle consolanti certezze che l’hanno accompagnato sin qui; si ripeterà che tutte le acquisizioni evolutive, in senso moderno e democratico, sono un bene corale, assunto in concreto dalla collettività, quindi patrimonio inalienabile d’ogni individuo in grado di capire. Chi l’aveva liberato dal dispotismo e dal regime di repressioni, esterne e dentro di sé, l’aveva anche persuaso del suo diritto di vedersi corrispondere ai modelli prodigalmente forniti...

 

Ma poi constaterà che la consapevolezza d’un tale diritto, non gli dà più l’appagamento che s’era abituato a riceverne. Un senso acido di artificio o di fallimento, ne corrode anzi la consistenza.

Ma fallimento di che?... Piuttosto, la sensazione di aver vissuto in una forma impropria, sovrapposta. Ecco, si tratta di questo, esattamente.

Mettiamo che voglia ancora reagire. Farà appello alla ragione. Pensa che una forma di vita concepita secondo i razionali, illuminati parametri della conoscenza moderna, è da costruire pazientemente, impone adattamenti, incontra resistenze, è soggetta a pause di stanchezza. Ora sta attraversando una di queste pause. Basta aspettare che passi, tranquillo, senza troppo frugarvi dentro... così gli suggerirà la ragione. È compito della ragione, infatti, quando non è assoggettata agli arbitrii dell’istinto, di mantenerci in quel giusto mezzo, in quell’equilibrio esistenziale che, impedendoci gli impennamenti, le esaltazioni, ci evita altresì le depressioni e il rischio dei precipizi.

 

Ma l’erosione riprende e spinge tra l’altro ai confronti, a un riesame dei valori deposti. Diamolo, sul momento, in termini dubitativi.

Dunque: se fosse invece legittimo, se fosse necessario, per mantenere aperto il quadro di tutte le umane possibilità, tornare ad ammettere la funzione degli innalzamenti qualificanti, delle personali aperture, secondo natura o secondo volontà, fuori dall’angustia del collettivo, accettando come secondari i rischi di turbamento del mediocre equilibrio dell’insieme?... Di quale effimero innalzamento siam tratti a compiacerci, quando è solo la conseguenza d’un livellamento di valori che regala a tutti ciò che resta dei pochi, ciò che si sapeva poter essere realmente conseguito attraverso un duro lavoro su se stessi e una capacità di rinuncia, anziché per una indiscriminata legittimazione dei desideri?

A questo punto non potrà evitare di volgere la corrosione direttamente su se stesso. Eccolo domandarsi cos’è, a che è pervenuto con se stesso, adottando passivamente tutte le categorie propostegli da una classe d’intellettuali, il cui compito ora gli appare improvvisamente quello di sostituirsi a lui dandosi l’aria di servirlo; imponendogli anch’essi, nella realtà, soluzioni ed orientamenti. Sarà stato magari sempre così; in ogni tempo, magari, saranno stati in pochi a pensare di testa propria; ma almeno non fingevano di dar peso alle tue opinioni suggerite da loro stessi!...

E questa libertà, che si ripercuote nelle menti ad ogni volgere d’ora, in che consiste realmente? Può essa dirsi realizzata dalla rimozione esterna d’impedimenti, per alcuni dei quali va perfino mostrandosi il dànno di non averli mantenuti?

La libertà. Chi s’avvia pei sentieri d’un pensare disincantato, arriva presto a commisurarsi con la realtà di questo attributo, feticcio o perfezione, secondo che è regalato o raggiunto.

 

Egli dovrà chiedersi che libertà è mai la sua. Da che avevano cessato d’imporgli un binario, glie ne hanno costruiti tanti che non si vede più uno spazio per camminare con le proprie gambe, neanche a volersi ribellare, ché vi sono binari anche per questo. Non è solo un giuoco di sostituzioni, in perdita per ciascuno, ma soprattutto per i migliori?...

Se a questa svolta lo sviluppo narrativo consentirà di drammatizzare, sarà lecito attribuire al protagonista la seguente constatazione: s’è tolto Dio dagli altari, per innalzarvi lo Scienziato, il Sociologo, lo Psicanalista; ai dogmi custoditi dai sacerdoti se ne sono sostituiti altri peggiori, imposti dagli scherani o dai manipolatori dello sfruttamento di massa.

Bisognerà poi seguire il mutamento nei suoi rapporti con l’ambiente. Annotare intanto le fasi del suo movimento di pensiero anche sotto questo riguardo.

Incominciamo dal suo ufficio. Certo, a causa di quel cedimento, la sua stessa funzione di dirigente, a cui pure è pervenuto legittimamente, per via di capacità e di esperienza, non gli pare poi una gran cosa. Non deve inventare niente, né partecipare ad alcun processo creativo. Egli bada a che certe pratiche, sempre quelle, siano svolte secondo una regola. Basta conoscere gli ingranaggi: una serie d’automatismi più o meno stanchi, a cui non sfugge nessuno, né subordinati né superiori. Scopo finale, supremo, l’utile proprio, la mercede. Necessaria. La mercede è necessaria, non si discute. Ma quando non c’è altro? È giusto consumare l’esistenza a far cose che non ci riguardano, o superflue e senza vita?... Portando uno sguardo alle fabbriche, ai tecnici, agli operai, la sola differenza gli parrà che consista in una tetraggine anche maggiore. Se allarga la visione ai congegni della cosa pubblica, all’organismo del potere, tutto o quasi in funzione dei suoi compiti di cambusiere, gli pare di sentire l’affanno di tante energie che annaspano per arrivare donde forse sarebbe giusto partire...

Ma tutto ora gli parrà mutato: scaduto e forse più vero. La folla di estranei su e giù per le strade, la demenza onnipresente dei richiami pubblicitari, i fiumi delle auto entro i quali si scorre lentamente di continuo da un luogo all’altro, inavvertitamente debilitati e, chissà, disfacendosi. Perfino le stravaganze, adesso, le macchie violente di colore, si diffondono in un baleno svigorendosi nell’ampliamento, e tutto vien presto riassorbito nel flusso e riflusso monotono di tutte le ripetizioni del mondo...

Sarà colpito da un pensiero: come tutto, persone e cose, tenda diabolicamente ad assomigliarsi; come le cose tra le cose e le persone tra le persone e intrecciate cose e persone, si configurino in meri richiami le une alle altre...

Anche la sua vita in famiglia gli si appannerà d’improvviso, avvolta in una patina di consuetudini insignificanti, di passività, di accettazioni simulate, di alberi di Natale, uovi di Pasqua e cuori di mamma, villeggiature di massa, spettacoli televisivi e supermercati, con sempre meno, dentro, di autentico, di reale: un flaccido e stinto arcobaleno che si stende su tutto.

 

Vede che i visi si vanno cancellando; ecco cosa gli viene in mente: si attutiscono pian piano, ma inarrestabilmente, nella simiglianza e superficialità di tutto ciò che viene continuamente offerto, insistito, imposto...

Ecco cosa si fermerà a pensare: che l’uomo diviene incapace di pronunciarsi; che l’esistenza sta per essere incanalata lungo pareti di plastica, e non si posseggono più artigli che abbiano forza d’incidere e porre un freno...

Qui forse sarà opportuno vederlo ancora una volta divincolarsi. Un ultimo guizzo di reazione. Cercherà magari di aggrapparsi ad una delle tante retoriche che sfaccettano la problematica concretezza di quest’epoca di risacca.

Siamo in un passaggio, dirà a se stesso, in un vuoto di transizione. Nascerà, nascerà ancora qualcosa di grande, qualcosa per cui valga la pena. Non è questo mondo d’oggi un enorme fermento d’iniziative, di operosità, di ricerche, e perfino di sommovimenti e convulsioni, il cui protagonista è pur sempre l’uomo?

C’è da aspettarsi che calcherà su questo concetto dell’uomo protagonista, come uno scalatore calca sulla sporgenza prima di abbandonarvisi, affinché la discesa non si tramuti in catastrofe. Ma nello stesso tempo, sentirà che anche questo sostegno si sbriciola, eroso.

 

A questo punto si potrà inserire un accenno sull’effetto, deprimente, per chi conservi la nostalgia d’un destino quale persona, che avrà su di lui l’oscura sensazione che in realtà non sia l’uomo a portare; che invece sia portato... E che il progresso possa ridursi ad un avanzamento esteriore, effimero, che elude la realtà dell’essere con un divenire che è soltanto un trascorrere...

L’accenno ad un “destino quale persona”, ci suggerisce tuttavia un ulteriore tentativo del personaggio di opporsi alla disgregazione del sistema di idee entro il quale s’era ritenuto felicemente inserito.

Che importanza può conservare il destino quale persona, esposto all’irrazionale d’una concezione pre-scientifica, quando la più avanzata sociologia ci compone un quadro secondo cui l’individuo non è niente di per se stesso, e ciò che è o può divenire, più che all’eredità lo deve all’ambiente, alla situazione storica e al contesto sociale che ne condizionano lo sviluppo? E come si può dubitare che, tanto l’ambiente, quanto la situazione storica, quanto il contesto sociale, siano andati evolvendosi nel corso dei tempi a vantaggio dell’uomo?...

A vantaggio dell’uomo?

E qual è il vantaggio dell’uomo, realmente, dovrà chiedersi a questo punto il nostro personaggio? Quello di barattare le poche sostanze col possesso di effimere quantità? Quello di gonfiare le acque fino ad annullare le correnti del dislivello, così che lo stagno si estende, e si estende la putrefazione?...

Ora è probabile che giungerà a chiedersi se realmente gli uomini d’altre epoche fossero manchevoli o più rozzi rispetto a questi. Noi immaginiamo un uomo del nostro tempo privato di alcuni dei beni esterni di cui s’è abituato a godere; e questo, secondo noi, dovrebbe corrispondere alla condizione umana delle epoche precedenti. Come se si possa soffrire della mancanza di ciò che ancora non esiste!... E ciò che invece s’è perso, distrutto e sostituito in peggio?

 

Insomma, sarà sul punto di perdersi. Cambierà persino d’abitudini, che è più grave, più inquietante – per gli altri – del cambiar pensiero. Tornerà magari a trascorrere le serate nel suo studio, anziché davanti al televisore, a consultare vecchi testi in disuso o a sfogliare raccolte d’arte. Diverrà meno loquace e un tantino scontroso. Sempre più di frequente apparirà chiuso in se stesso, ma senza disdegno né rancore, tanto da far dubitare che si stia allontanando, o spegnendo.

Adesso converrebbe accennare a sua moglie, ai suoi figli. Questi, se proprio si vorrà che ne abbia, sarà facile caratterizzarli secondo lo stampo corrente di tanti ragazzi d’oggi, indotti a reggersi malamente su quanto di se stessi sono già pervenuti a travisare. Sua moglie sarà come tante altre: equivoche figlie d’un compromesso tra istinto ed emancipazione. La vedremo dapprima allarmarsi del mutamento di suo marito, temendo una malattia; ma appena si persuade che il mutamento non altera il disordine delle cose, lo accetta come tutto il resto e si riadagia, inquieta, nella sua inerzia domestica.

Facciamo, intanto, che egli torni a visitare qualche museo. Ma non più allo scopo di rafforzare un banale elenco di dati quale corredo di sterile informazione. Potrebbe invece andarvi a cercare una conferma che in epoche precedenti, malgrado, o in virtù, di maggiori crudezze e disparità e arretratezza nei modi della convivenza, l’uomo come tale occupava lo spazio del centro, con un risalto determinante, nel bene come nel male. Sarà affascinato da quel prevalere della figura umana, volta a riproporre di continuo la sua importanza e grandezza e unicità, sia che attinga il sublime, sia che pronunci i gesti di consapevoli nefandezze. Questo, per portarlo poi a raffrontare quel flusso d’immagini, aperte e insieme compiute, col panorama stravolto e desolato dell’arte d’oggi, di dove l’uomo è assente, o se vi è, vi è deforme e ridotto al peggio.

 

Si chiederà se l’impotenza di quest’arte non sia a suo modo sincera, non rispecchi insomma la realtà, e non abbia quindi una funzione, un merito, sia pure improprio. Giudicherà che il punto merita di essere approfondito e si dispone ad analizzare i rapporti dell’uomo moderno con l’arte e quelli dell’arte con l’uomo moderno. Ma constatando che tali rapporti addirittura non esistono, se non nelle forme degenerate dell’arte di massa, anche sotto questo riguardo sarà indotto ad abbandonarsi a qualche raffronto. Si offrono alla sua memoria quelle che egli giudica testimonianze d’una differente intercorrenza tra gli uomini e la fantasia creativa, tra gli uomini e l’arte. Dal cieco Omero che canta l’Iliade ai Greci, felicemente ignari d’aver distrutto Troia solo perché ostacolava i loro traffici mercantili, ai Sacri Misteri sulle piazze, fino ai butteri della Maremma che declamano attorno al fuoco i poemi cavallereschi, passando per l’episodio di quei fiorentini, che s’appassionarono al compimento d’un quadro al punto di accompagnarlo in processione, osannando, dalla bottega del pittore al Duomo.

Che spazio si lascia, oggi, egli si chiede, nella mente stessa dei bambini che vorrebbero continuare a nutrirsene, all’autentica fantasia?

La secca ragione tenta di svalutare il contributo di tali tempi, e d’altri che gli tornano in mente, bollandoli d’ingenuità, o di superstizione, o d’esaltazione mistica.

Ma non è così che, per la maggioranza incapace di superarsi con le forze proprie, qualunque apertura di grandezza ha un carattere d’ingenuità, i modi della superstizione e partecipa d’un misticismo?

Anche se – ma non è necessario, – egli apparirà spinto di contraccolpo ad attribuire al passato più di quanto vi fosse realmente di spazio umano e di partecipazione al mistero, avvertirà comunque che tra quelle genti e le nostre uno scarto di civiltà esiste, ma a vantaggio di quelle; nel senso di un’ampiezza di partecipazione verso l’alto, di un vigore o nobiltà d’interessi, d’interno colore e incisività di carattere, di fronte a cui l’oggi progredito gli appare un confuso rimescolìo labile e monocorde e angusto e involgarito, e spento d’ogni significante rilievo.

 

Portato fin qui, conviene riconoscere che il nostro personaggio è veramente avviato a “perdersi”; ovvero sul punto di scivolar fuori dal gran filone del tempo, magari per una delle tante frange in cui s’aggrumano oggi i “disadattati”, come son detti dal sociologo.

I canali che gli si offrono per primi, ché alimentano le cronache dei nostri giorni, saranno quelli che tutti sappiamo: contestatori alla cieca, anarchici da suburra, figli di non si sa bene quali fiori, abbandonati alle droghe e alle insorgenze dal sottosuolo... Oppure buttarsi a riempire il vuoto, a dare un tono al dissenso, sintonizzandosi con una delle tante stazioni di negatori utopisti, vuoi politiche vuoi filosofiche...

Diciamo che in un primo momento, vedere che di là dalla svolta s’aprono tante vie, gli darà un senso di libertà e di potere. Ma effimero, ovviamente, com’è sempre dinanzi alle alternative solo pensate, a cui si è poi nell’impossibilità di far seguire un’autentica scelta. Proprio innamorandosi d’una tale effimera libertà, molti che vi si fermano finiscono per affondare in uno stato d’inerzia, nella perenne attesa dell’ultimo “nonsisachecosa”...

 

Facciamo che egli se ne ritragga. Facciamolo riflettere che il non saper che fare, il non decidere per dove prendere, non è uno stato di libertà. Portiamolo a capire che il negare tutto porta in fondo alla negazione di se stesso, sussistendo la legge che dev’esserci un punto su cui far leva... Oppure, si può far leva sulla negazione stessa e consistere in questo?... Egli sarà in grado di rispondere che se ciò è possibile lo è per un verso malsano, perfino innaturale, l’uomo essendo di per sé una entità affermativa che individua nel fare; e se non fa, retrocede verso l’informe.

Di qui non sarà difficile portarlo a definire il punto d’origine della sua crisi, più o meno nei seguenti termini: «Ma accogliere tutte le voci solo perché vengono suggestivamente diffuse, e ci lusingano o ci assopiscono nella falsa coralità del conforme, e farsene un codice proprio senza sapere realmente in qual misura ci corrisponde, questo non è, questo non può essere il fare di cui si ha bisogno!»

Dunque, un cerchio vizioso?

Dobbiamo avviarci a concludere, ed è la cosa più difficile, poiché i mutamenti che contano sono anche quelli che meno si affidano ai gesti, ai tratti esteriori.

 

Ora, per seguire il personaggio nelle ultime fasi della sua conversione, sarà necessario registrare le variazioni del suo comportamento, oppure basterà dar conto degli sviluppi del suo pensiero?

Forse occorreranno ambedue le cose. Descrivere come le sue risposte alle sollecitazioni del quotidiano, vadano via via assumendo un tono diverso, tanto più acuto e profondo, quanto più si va distaccando dall’esteriore. (Diminuita la superficie, aumenta la forza di penetrazione). Come proprio dal suo distacco, che avrebbe potuto essere sopportato da tutti, pazientemente, quale incipiente misoginismo da età matura, egli tragga invece un umore polemico che lo rende aggressivo, impietoso, insopportabile. Non è acredine, né tantomeno rancore contro una società giovane che l’ha scavalcato, come qualcuno non tarderà a rinfacciargli. È la pienezza del suo convincimento, è l’esigenza d’una nuova più profonda coerenza, è l’impulso insopprimibile nell’uomo di comunicare, di correggere, d’imporre magari, non appena si sente investito e portatore di verità, in contrasto col tempo e con l’ambiente. Nelle religioni, è la fase stupenda del neofita.

In realtà, egli ora comprende anche gli altri, meglio di quanto gli altri gradirebbero d’esser compresi. Ostinarsi a ritenere che la via d’una giusta comprensione debba portare all’indulgenza, al rispetto di tutti per il solo fatto che esistono, all’amore indiscriminato del prossimo, è la solita antica arrendevolezza che si maschera di bontà. Questo egli pensa inasprendo la sua intransigenza. Egli è disceso dall’altalena di attrazione e repulsione, simpatia e antipatia, brama e sazietà, che condiziona i rapporti secondo i mutevoli stati dell’animo. I termini dei suoi rapporti con gli altri si sono raccolti nei due essenziali di consenso o dissenso, poiché sulla via del ritrovarsi avviene anche che la pietra torna ad essere pietra e l’argilla nient’altro che argilla.

 

La sua famiglia ne sarà sconvolta; perderà ad uno ad uno tutti i suoi amici; la sua attività professionale subirà limitazioni mortificanti.

A questo punto avrà un momento di esitazione, fino a dubitare se la ragione non sia invece dall’altra parte. Sono in tanti dall’altra parte, e nessuno di essi gli muove incontro, e può solo aggrapparsi, insensatamente, a un’oscura certezza che non resterà solo. Nessuno se ne sta da solo in cima al mondo; lasci una regione ed entri in un’altra, i cui abitanti prima o poi t’appariranno dinanzi...

Torna a riflettere, a verificare i suoi giudizi. Appuntiamo alcuni dei suoi pensieri, come vengono; daremo loro un più ordinato inserimento nella stesura definitiva.

«Cosa dicono i sostenitori di questo stato di cose? Di questo frantumarsi che viene spacciato per rinnovamento? Si fa un gran parlare di “prese di coscienza”, confondendo la coscienza con l’accettazione passiva. Viene di qui il rapido travisarsi d’ogni nascita in bene comune, in routine e infine in alienazione...

«Essere desti: in fondo è questo che ci si chiede. Ma si elude tale richiesta, surrogando il risveglio con la sensazione del risveglio, nei turbini all’interno del vuoto o nell’ingannevole brulichìo dei processi di decomposizione. Si può dormire nei sensi e sognare nel sentimento; e la mente reclina, sempre volta a disporre un nuovo giaciglio...

«Dopo l’orgia del conoscersi verso il basso, tornare a compiersi verso l’alto; ecco un imperativo degno dell’uomo. Inutile averlo dimenticato...

 

«Non serve compitare dettati, accettare schemi, nutrirsi di pubbliche elargizioni. Occorre volersi, occorre erigere in sé la fabbrica necessaria a divenire il proprio architetto. Ma un architetto che disdegni i progetti da formicaio e la fatuità degli arredamenti; un architetto che si senta nuovamente chiamato allo scandalo del disutile e alla mania di grandezza...

«Che fa se i molti non riuscirebbero a compiersi in un tale senso neanche se lo volessero? Non vi sono alberi giganteschi e fili d’erba? Leoni e vermi? Geni e deficienti...

«Se di aberrazione si può parlare, è quella di voler aggiogare tutti allo stesso carro, come si sta facendo. Se potessero, chiuderebbero gli orizzonti, affinché il più miope degli uomini possa assopire la sua invidia per le aquile. Spezzettato il tanto in tantissimi poco. Vorrebbero che tutti si tenessero per la mano, non già, come si danno ad intendere l’un l’altro, in segno d’amore, ma per costringere i più grandi a tenere lo stesso passo dei più piccini.»

Si conferma dunque d’essere lui nel giusto, e subito ritrova il gusto acre, geloso e smagliante dell’Io; che non è egoismo, non distoglie dai compiti assunti, dagli adempimenti necessari, poiché è tutto e soltanto un avverarsi per le vie interne. Ma un tale compimento non si consegue realmente senza attuare un segreto distacco e una civile insofferenza. Solo quando lo si è conseguito, si è anche pronti per offrirsi alle autentiche connessioni col mondo. 

È un mistero che né la religione né la scienza possono rimuovere dalla soglia dell’essere: la via più diretta per l’“altro” è una curva all’indietro che passa per se stesso.

 

Si conferma dunque d’essere nel giusto, e s’avvia a proseguire da solo, separandosi anche dai vani contrasti, ultimi e inutili appoggi.

Ecco, s’è staccato dal carro e sta sui propri piedi. Muove passi ancora incerti, crescendogli attorno la solitudine. Brevi morsi d’angoscia tentano ancora di dissuaderlo. È adesso che gli nasce il primo sorriso, acre anch’esso ma solido, di sfida nuova, contro la lusinga congenita e la paura primordiale. Quando il suo passo si fa più fermo, l’investe un tocco d’ebbrezza.

Allora tende l’orecchio. Le voci che si prepara ad accogliere vengono di lontano. Non per mezzo dell’aria, non da fuori, ma dall’interno di quel silenzio.


Renato Annibali

(da Racconti dell’«anarchico di destra», Il Cinabro, Catania, 1997)