Contributi Stampa

 



HYBRIS e COVID


L’emergenza causata dalla pandemia del corona virus dà lo spunto per alcune brevi note che oltrepassano le analisi (opinioni) sanitarie, sociali, economiche, psicologiche ecc.… degli “esperti”. Qui il riferimento è un modo di sentire il mondo basato sul “Mito”, in contrapposizione a quello basato sul “dogma”.

Per intenderci: una visione del mondo antecedente alla cesura operata da quella che il suo fondatore e propagatore Paolo di Tarso ha chiamato “cristianesimo”. 

Quando ancora la religione degli schiavi con i suoi comandamenti “morali” non aveva preso il sopravvento, la Virtus romana (Aretè greca) traeva il suo fondamento dalla consapevolezza che l’uomo è un essere intermedio tra le bestie e gli Dei e che il suo compito nella vita terrena consiste pertanto nel rispetto del limite, nel rispetto dell’ordine delle cose, (ordine al quale sono sottoposti persino gli Dei). È questo il senso intrinseco e profondo dell’insegnamento posto sul frontone del tempio di Apollo Delfico: “Conosci te stesso” (e non certamente l’analisi dell’ego, con le implicazioni psicologico/psicanalitiche dei nostri tempi...).

Colui che travalica la norma di rispettare la misura commette una trasgressione che viene chiamata “Hybris”. Hybris è un “topos” (tema ricorrente) della letteratura greca il cui significato può essere espresso nei termini “tracotanza”, “eccesso”, “superbia”, “orgoglio”. Esso avviene quando l’uomo si pone oltre la sua stessa natura e ha la presunzione di porsi egli stesso come dio. 


Citiamo un caso di evidente discostamento dall’ordine naturale delle cose: quando l’uomo pretende di sostituire la imperturbabilità della sapienza greca (ataraxia) con la cosiddetta “felicità”. 

L’ordine delle cose secondo i Greci si basa sul sentimento di Giustizia. E la giustizia stabilisce che a una certa quantità di felicità corrisponda anche altrettanta sventura. Gli esempi nella letteratura greca sono molteplici (Sofocle, Erodoto, Eraclito...). Aristotile lo spiega bene: “Coloro che desiderano la felicità e pensano di ottenerla peccano di superbia poiché, credendo di essere in possesso di ogni bene, si immaginano di non dover essere sottoposti a nessun male”. È la sorte che tocca anche ai grandi: Edipo, Creso, Policrate, Serse, via via fino ai trionfi dei condottieri romani ai quali, nel pieno fulgore delle loro vittorie, veniva ricordato che il successo non era dovuto alla loro bravura ma era una “concessione” degli Dei. 

(Di passata, sempre a proposito della felicità: quanto lontana è invece l’affermazione che l’uomo ha “diritto alla propria felicità”, inserita a fondamento della costituzione americana... Ma qui si aprirebbe un capitolo troppo lungo...).


Veniamo ora al caso più strettamente legato al mondo moderno: la presunzione che l’uomo sia - in forza della sua intelligenza, - il “dominatore” dell’universo. 

Presso i Greci, la capacità di comprendere le leggi della natura e di piegare gli elementi a proprio vantaggio veniva chiamata téchne (capacità di produrre). Entro questa sfera si collocavano tutti coloro che operavano per rendere “bella e buona” (kalòs kai agathòs) la vita: artigiani e artisti. 

Su ben altro piano si collocava la sophia, la vera sapienza, quella che, in ottemperanza con il senso del limite sopra accennato, portava Socrate al noto insegnamento: “sapere di non sapere”.


La differenza tra la téchne e il concetto di “scienza” (empirica, profana) del mondo moderno è del tutto evidente. 

Per prima cosa gli scienziati di oggi sono – e amano definirsi - dei “ricercatori”, quasi dei “battitori liberi”, privi sia di riferimenti che potremmo chiamare “anagogici” come addirittura di quei vincoli che vengono definiti “morali”. 

In secondo luogo essi hanno un approccio settoriale, con lo studio di una sola “materia”, se non addirittura una piccola branca di una materia. Eppure succede che vengano chiamati a illuminare le nostre menti in modo che si sentono i “nuovi pontefici”, nel senso che possono “pontificare” sui più svariati problemi della nostra vita...

Con riferimento alle “scoperte” più importati dell’ultimo secolo, si rivela chiaramente l’esattezza dell’aurea massima: “ogni pregio ha il suo difetto” (si ricordi quanto detto a proposito della felicità: ogni bene ha la sua sventura...). È il caso dell’”assalto al cielo” rappresentato dall’invenzione dell’energia atomica. 

Ed è anche il caso di più stretta attualità: la pandemia da corona virus

Da mesi noi, poveri cittadini, oltre al famigerato “distanziamento sociale” (leggasi: segregazione...”) siamo costretti a subire un vero e proprio bombardamento di notizie, informazioni, comunicazioni, dati, numeri... Ma cosa sappiamo di sicuro? 

Di sicuro sappiamo che in tutto il mondo le varie potenze avevano creato dei laboratori di ricerca sui virus. 

Di sicuro sappiamo che uno di questi laboratori si trovava proprio in Cina, nella città dalla quale – guarda un po’ – è partito il contagio. 

Per il resto gli “esperti” (i famosi scienziati...), con la scusante che “il virus è “nuovo...” condiscono il tutto con frasi del tipo: “sembra certo...” (il trabocchetto ossimorico è sempre in agguato...). 

Quasi tutti gli scienziati si impegnano a smentire le “fake news”. Così essi si affannano ad asserire che il propagarsi del virus è dovuto alla trasmissione casuale da un pipistrello e ad escludere che il virus sia stato creato in laboratorio e sia successivamente “scappato di mano”. Per far ciò dicono che se si trattasse di manipolazione genetica l’esame al microscopio del virus evidenzierebbe una diversa immagine. Poveri scienziati: non si rendono conto che in tal modo ammettono implicitamente che, almeno sul piano teorico, l’ipotesi di intervento umano è del tutto possibile!

Al di là del polverone mediatico, queste disquisizioni non rivestono alcuna importanza. Il fulcro della questione non è il virus in se stesso e nemmeno le conseguenze nefaste alle quali tutto il globo è sottoposto. Che si tratti di centrali nucleari che ogni tanto “scoppiano”, di esplorazioni spaziali verso mondi lontani anni-luce dalla terra, oppure di laboratori chimico-batteriologico-virali, il tema che sottende tutte queste avventure è lo stesso: il “senso di onnipotenza” che pervade l’epoca moderna. Questo tema e gli elementi che lo compongono possono costituire la trama di una tragedia greca. Mancano le maschere che caratterizzano i personaggi, ma in compenso abbiamo le mascherine...


Paolo Callegari