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Tre principi per il combattimento nella nuova era



Ogni atto esteriore non ha senso se non è supportato da principi fondativi, che avranno il loro effetto in primo luogo a livello di formazione interiore – per la costituzione di una dimensione personale più salda – e poi come norme di comportamento in grado di guidare le azioni e le strategie migliori.

Principi oggi più che mai indispensabili in un mondo in rapido mutamento che cancella le vecchie abitudini, forme e strutture sociali. Senza giudicare questi cambiamenti (il nostro giudizio sta già nella scelta di campo che abbiamo fatto) è necessario però capire che sono reali e effettivi e che solo sapendoli utilizzare potranno essere combattuti. L'attuale epoca è contraddistinta dalla dissoluzione delle precedenti sicurezze, dal tramonto di valori considerati fissi e immutabili e dalla sostituzione con un'incertezza strutturale, permanente, da una sorta di discioglimento in una realtà fluttuante, fluida. È quella che già molti importanti autori hanno definito l'era dell'Acquario, e che a nostro avviso non rappresenta altro che l'ultimo gradino involutivo di quella che in un'altra tradizione è chiamata era kali. Se determinate fasi storiche sono da considerarsi inevitabili, l'atteggiamento da tenere nei confronti di queste non dovrà essere di rassegnata apatia o accettazione passiva. Nel quadro di una più ampia cosmovisione è necessario comunque continuare la lotta, in primo luogo perché è soltanto in essa che ci si può realizzare e trovare la compiutezza del proprio destino – con impersonalità e distacco a prescindere dai frutti dell'azione – e poi perché ogni sforzo è utile e non mancherà di produrre un risultato, non solo nell'immediato ma anche in insperati contesti futuri. Presentiamo qui una breve disamina di alcuni principi guida, che definiremmo costituzionali, in quanto da considerarsi leggi fondamentali su cui improntare ogni altro comportamento o attitudine, punti cardinali con cui orientarsi per procedere nel cammino senza sbandamenti o smarrimenti di sorta. 


Usu vetera nova 


Il primo – usu vetera nova – è in realtà il più recente e ci conduce a Blois, la città di René Guénon, lungo la rue Pierre, dove un edificio della metà del '500 la riporta in caratteri capitali. È incisa sull’architrave di un portone antico incastonato in un edificio più recente: usandolo, l’architetto ne ha fatto qualcosa di nuovo. Con l'uso le cose antiche diventano nuove. Ma non solo le vecchie pietre, anche gli esempi, i principi, le visioni del mondo. Secoli dopo, Guénon indicherà la scritta a Guido De Giorgio, che ne trarrà validi spunti di riflessione. L’“iniziato selvaggio” ricorderà l’episodio al momento del commiato dall’amico francese: “René Guénon ci fece leggere e interpretare questo motto che ci mostrò su una vecchia casa di Blois, dove fummo insieme a lui diversi anni fa”. E commentandolo scriverà poi: “tutto quel che c’è di nuovo in quel ch’è vecchio e tutto quel che c’è di vecchio in quel ch’è nuovo, perché è il nuovo che fa il vecchio ed il vecchio che fa il nuovo, è la cerca che ritrova nell’antico il nuovo e nel nuovo l’antico, VSV VETERA NOVA”. (1)

Tale motto non sta quindi a significare la necessità di un puro e semplice recupero archeologico o uno sterile ritorno al passato secondo un'imitazione senza intelletto, ma vuole suggerire piuttosto una riattualizzazione, una rivivificazione di principi che sembravano ormai morti – anche se solo in apparenza – ma che in realtà erano eclissati, confusi nell'illusorio turbinante scintillio prodotto dai loro moderni sostituti. Il dare una nuova vita alle forme antiche non è ripetizione ma nemmeno un semplice aggiornamento o “svecchiamento” ma piuttosto un tentativo di riformare l'oggi secondo principi antichi, tramite il loro contributo ideale, cioè estraendo da essi tutto quanto di eterno e immutabile possa esservi, e fare in modo che riesca di nuovo a esercitare la sua influenza formatrice. Proprio come con le monete troppo usate che è necessario coniare di nuovo, ma sempre con lo stesso stampo. Si può stabilire una corrente reciproca di vita tra il nuovo e l'antico, nella piena consapevolezza delle differenze e dei limiti esistenti, come l'esempio degli eroi del passato può ispirare sentimenti alti e nobili, anche se non gli stessi identici comportamenti.



Cavalcare la tigre …


Il principio del “cavalcare la tigre”, a ben guardare, non è di molto differente. Ne costituisce un'applicazione più pragmatica, attiva, volta a portarsi “là dove si attacca” piuttosto che dove ci si difende. Un'attitudine sicuramente più consona alla mentalità pragmatica dell'uomo moderno, ma anche la più rischiosa, date le oggettive difficoltà e i possibili fraintendimenti cui inevitabilmente conduce una sua non retta applicazione.

La sua formulazione più conosciuta è dovuta ai celebri passaggi evoliani contenuti nell'omonimo libro. (2) Il principio generale origina da un detto estremo-orientale esprimente l'idea che “se si riesce a cavalcare una tigre, non solo si impedisce che essa ci si avventi addosso, ma, non scendendo, mantenendo la presa, può darsi che alla fine di essa si abbia ragione.” (3)

Simbolismo che può trovare applicazione su diversi piani, sia per la condotta individuale, così come nel rapporto con il mondo esteriore e l'ambiente complessivo. Il suo significato, in questo caso, potrà essere precisato nei seguenti termini: “quando un ciclo di civiltà volge verso la fine, è difficile poter giungere a qualcosa resistendo, contrastando direttamente le forze in moto” … “Allora il principio da seguire può essere quello di lasciar libero corso alle forze e ai processi dell'epoca, mantenendosi però saldi e pronti ad intervenire quando «la tigre, che non può avventarsi contro chi la cavalca, sarà stanca di correre.»” (4)

Parole che possono – come del resto hanno già fatto – dare luogo a interpretazioni parziali e fuorvianti in grado di snaturare il senso più genuino della metafora. Senza entrare in dettagli filologici o in dispute su di una più o meno fraintesa comprensione dell'opera evoliana – questioni peraltro già ampiamente chiarite (5) – riteniamo più utile fornire, alla luce del senso che vogliamo dare a queste pagine, qualche precisazione più strettamente legata alle applicazioni pratiche del principio. Il rapporto con le forze distruttive è quello che più di tutti lascia spazio a fraintendimenti, non solo a livello teorico, ma soprattutto nell'applicazione pratica. È stato già ampiamente dimostrato dai fatti che le forze distruttive difficilmente si possano dominare, dominando invece esse stesse, coinvolgendo, fagocitando e piegando infine alla loro logica coloro i quali avevano tentato di usarle. Non sarà inutile ricordare che chi vuole abbattere un mondo, un sistema di potere senza fare gli interessi degli avversari, deve poi avere oltre alle idee chiare anche le possibilità operative per concretizzarle, per fare in modo che un nuovo mondo possa ricostituirsi, cosa che difficilmente può avvenire quando si ha a che fare con correnti contrarie di così grande forza come quelle attuali e condizioni ambientali completamente avverse. Resta quindi esclusa ogni possibilità di collaborazione con le forze corruttrici e dissolventi della nostra epoca. Se determinate realtà danno segni di cedimento non bisognerà né puntellarle né abbatterle, ma con la giusta dose di distacco le si dovrà osservare, onde trarre dalla situazione i migliori vantaggi strategici. Non siamo conservatori né tantomeno progressisti (6), e l'attuale realtà ci appartiene solo in un senso molto relativo, perché viviamo in essa, ma per il resto i diritti e i doveri li abbiamo soltanto con noi stessi e tutti coloro che condividono i nostri valori. La lotta si è portata su di una linea più interna di resistenza, non perché si sia rinunciato a un'azione diretta e fattiva nella società, ma perché oggi l'autentico campo di battaglia si trova lì, nell'individualità umana, nella sua mente, nel suo codice genetico. È necessario constatare che siamo noi stessi la frontiera, avendo le forze della dissoluzione in questi secoli eliminato tutti i corpi e le istituzioni intermedie tra Uomo e Potere.

Ma anche nel ripiegamento intimista si può trovare un'altra pericolosa deriva. Oggi come oggi il rischio più immediato non sta più in una interpretazione violenta o “eversiva” del principio del cavalcare la tigre, bensì in una pacifica, nichilista, individual-edonista, soprattutto poi se legata con un altro concetto di solito mal interpretato, quello dell'anarca jüngeriano. È probabile infatti che il soggetto di tali suggestioni le interpreti a suo esclusivo beneficio, volendo diventare “legge a se stesso”, fare ciò che più gli aggrada, agire senza costrizioni, di fatto andando così allo sbaraglio in un mondo che inevitabilmente o lo travolgerà o lo lascerà disilluso nella più totale inconcludenza. Ci tocca far notare che nel “cavalcare la tigre” è sempre presente un elemento di forza, di dominio, che è in primo luogo su di sé, come ordine interiore ben definito, da cui solo secondariamente deriverà l'azione, come prodotto necessariamente conseguente e coerente. Si confronti, nella carta dei Tarocchi denominata “La Forza”, l'impassibile espressione del personaggio che senza sforzo né fatica spalanca le fauci della belva.

Nello stato attuale in cui il disordine e l'indisciplina sono così predominanti ci sembra quanto mai opportuno invitare ancora di più alla prudenza, per fare in modo che ogni atto sia ponderato, mirato ed efficace, guidato da una salda volontà e una sicura visione dell'ambiente in cui ci si muove. Il principio del cavalcare la tigre non essendo in ultima analisi altro che un principio di adattamento in conformità alla norma – rta (7) – che si traduce in una strategia per affrontare le situazioni ostili con la giusta attitudine, senza cedere e scivolare nel compromesso ma anche senza farsi ostacolare dai vincoli costituiti da ormai superate forme del passato. Perché le forme, intese come involucri esteriori, cambiano ed è necessario saperle abbandonare mentre la sostanza, il valore e l'idea guida restano e devono continuare a porsi come punto di riferimento affinché ogni atto e ogni pensiero abbiano un senso.




… senza dimenticare il vizio olimpico


Da non confondersi con il vizio ellenico, che oggi va tanto di moda. È invece un'attitudine cui fa riferimento Nietzsche nel suo Al di là del bene e del male (§ 294) tipica degli uomini superiori e degli dei. È la capacità di ridere, di beffare, ma “in modo nuovo e sovrumano”, specialmente riguardo le cose più serie: gli dei amano la beffa e chi condivide questa passione si avvicina a loro. Non è quindi un atteggiamento superficiale o nichilista, né tantomeno la perenne ebete ilarità che non prende sul serio nulla, ma è una qualità che permette in maniera folgorante e magica di superare i vincoli della pretesa realtà, creare un cortocircuito, smontare ogni situazione elevandosi sopra di essa e riuscendo a vederla per come essa è, nella sua vanità, nella sua insignificanza, come prodotto in fin dei conti transitorio e di scarsa importanza nei confronti non solo dell'eterno ma anche del grande scorrere del divenire. Una facoltà nuova e antica, un “settimo senso”, uno strumento di percezione supplementare che sarà anche un'arma da utilizzare nella grande lotta, per rafforzare il nostro distacco dal presente e per minare dalle fondamenta l'edificio di fango che crede oggi di ergersi imperioso, solenne coronamento di secoli di progresso, ma che in realtà non è altro che uno stravagante cumulo di rifiuti.



Renzo Giorgetti


1 G. De Giorgio, René Guénon e la cerca di Dio, in Heliodromos n. 20-21, Equinozio d'autunno - Solstizio d'inverno 2008, p.47

.

2 Cavalcare la tigre, I ed. Vanni Scheiwiller – All'insegna del Pesce d'Oro, Milano, 1961. Per le citazioni abbiamo utilizzato l'edizione 2009, a cura di G. de Turris, Mediterranee, Roma.


3 Idem, p.26.


4 Idem, p.27.


5 Cfr. in idem, l'appendice di G. de Turris, Cattivi maestri, cattivi discepoli, cattivi esegeti, pp.199-210.


6 Per gli opportuni approfondimenti su questo tema rimandiamo alle considerazioni del capitolo successivo. (Il presente scritto è liberamente tratto dall’opera di Giorgetti Com’è difficile cavalcare la tigre, già recensita su questo sito, n.d.r.).


7 Al rta, ordine sacrale del mondo, si oppone sul piano etico l'anrta, il disordine, la menzogna, e sul piano cosmico nirrti, la dissoluzione. Cfr. M. Eliade, Storia delle credenze e delle idee religiose, vol. I, Sansoni, Firenze, 1996, p.222 sgg.


 

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