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L’altro figlio: alcune domande a Renato De Giorgio

Se Havis ha coinciso con la “parentesi” iniziale dell’avventura spirituale di Guido De Giorgio, avendo egli vissuto la sua prima infanzia alla presenza di una figura come quella di Mohammed Keireddine, Renato De Giorgio, che pirandellianamente potremmo definire l’altro figlio, è stato attore e testimone della “parentesi” finale dell’esistenza terrena di questo gigante dello spirito che è stato suo padre, condividendo invece Renato gli incontri con Padre Pio. Fra i doni e le opportunità derivati dall’entrata in possesso delle “carte” di Guido De Giorgio, l’aver fatto la conoscenza del figlio Renato è stato uno di quelli più graditi, avendo avuto la possibilità di entrare in contatto con una bella persona, degno frutto di cotanto albero. In occasione del recente Convegno romano su Guido De Giorgio, avevamo invitato a parteciparvi proprio il figlio Renato, che aveva dato la sua disponibilità per presentare in quella sede una testimonianza unica e preziosa. Problemi familiari subentrati in prossimità della data del Convegno hanno purtroppo reso impossibile la sua partecipazione, per cui il sintetico questionario che gli avevamo anticipato in vista dell’incontro romano è diventato un’occasione per assicurare, mediante la sua lettura, comunque una sua presenza se pur ideale.

Proponiamo qui di seguito tale questionario, con le nostre domande seguite dalle risposte che Renato De Giorgio ci ha trasmesso per iscritto, al fine di aggiungere un tassello in più al lavoro di approfondimento e conoscenza della fondamentale figura di testimone della Tradizione che De Giorgio è stato.  

      Nella lettera scritta ad André Préau il 3 aprile del 1954, suo padre descrive in questi termini le condizioni in cui vi trovavate a vivere a Montaldo nella «vecchia canonica che un giorno o l’altro ci cadrà in testa, c’è praticamente il caos, un ammasso, un accumularsi d’oggetti i più disparati… Se conoscete gli Arabi, c’è più o meno il loro ordine, un disordine epico; ci sono delle ragnatele annerite dal fumo che penzolano a un metro un metro e mezzo dal soffitto… Infine l’inverno, il grande inverno è passato e noi siamo ancora in piedi: attualmente piove a dirotto e da un’ora cade la neve… Non ci sono tegole sul tetto: delle pietre mal messe, e ciò fa sì che piova da tutti i lati e bisogna dislocare tutto un esercito di vecchi recipienti di ogni tipo… Le mie mani sono straziate dalle screpolature, dalle ferite, è deplorevole… Nel pomeriggio m’è toccato lavare e stendere: ho un braccio rovinato… Insomma sono ancora in piedi… Non posso dirvi tutto quello che mi succede, queste brutte cose. Il padre di mia moglie, uno sporco comunista, mi ha denunciato al Tribunale di Torino e questi giudici, irritati a causa di una lettera che avevo scritto loro, in seguito al rapporto dei gendarmi — che avevano interpellato dei furfanti, i quali hanno rilasciato una falsa testimonianza — hanno ordinato ai gendarmi di togliermi la ragazza che doveva essere affidata a sua nonna insieme agli altri due miei figli… Il comunista, nel frattempo, è morto… È una specie di persecuzione contro di me: si dicono cose fantasiose, abominevoli… Mi succede, all’incirca, ciò che succedeva a Guénon – lo conoscevate allora? — prima della sua partenza per Il Cairo… La mia famiglia è dissolta, non so più cosa succede a quei ragazzi… Per la pensione (8, 9 mila lire al mese…) ancora niente… A Roma c’è il caos… Insomma, ho ancora dei soldi per qualche mese, ed è terribile perché mi sembra, con i mali che ho, che non mi resti da vivere dall’oggi al domani… Alcuni vecchi allievi mi hanno aiutato, le persone qui mi aiutano un pochino, mi hanno regalato dei legumi secchi (…), del formaggio, un poco di cioccolato, dell’elemosina; è molto bello ricevere l’elemosina soprattutto quando si appartiene a una famiglia che un tempo era circondata da un alone di zolfo… Dal mese di novembre, ho fatto dell’inglese con un universitario: diecimila lire, delle uova, del lardo… Ora attendo i gendarmi che mi toglieranno la ragazza, perché sono molto strano (è l’espressione usata dai giudici…) amo la solitudine, sto a gambe nude otto mesi l’anno, giudico molto male la civilizzazione attuale. Voi capite, tutto ciò li fa imbestialire…». La situazione era veramente così drammatica, e qual è il suo ricordo di quegli anni?

 

Mio padre, classe 1890, professore di lettere e filosofia, originario di San Lupo di Benevento, figlio di un notaio del luogo, dopo vari spostamenti Tunisia, Francia e un primo matrimonio dal quale nacquero tre figli, si trasferì a Vicoforte, provincia di Cuneo e sposò mia madre dalla quale ebbe (guarda caso!) tre figli. Mia madre, professoressa anche lei, morì, purtroppo, nel 1953. Mio padre avrebbe voluto tenere comunque unita la famiglia ma per motivi che lui non condivise ma che mi paiono abbastanza logici, la mia sorella più piccola, di appena un anno e quella più grande di diciassette anni, si trasferirono presso la mia nonna materna a Savona, mentre io, per mia espressa volontà rimasi con mio padre. Di lì a poco ci trasferimmo in una vecchia canonica in una piccola frazione del Comune di Montaldo Mondovì a 800 metri di altitudine. Sarà per la mia giovane età, sarà per il mio carattere e la mia spensieratezza ma quegli anni vissuti con il mio papà sono tra i più bei ricordi della mia vita.

 

      La foto qui riprodotta ritrae lei col bastone in mano e suo padre in compagnia di due amici in montagna. Mi sembra di capire che egli non smise mai di frequentare le vette: ha qualche ricordo di questa sua passione?

 

Quando non ero a Mondovì per frequentare i miei studi, quasi tutti i giorni facevamo passeggiate sui monti vicini alla vecchia canonica e devo dire che, nonostante la mia giovane età, mi divertivo molto.

 

      Lei si chiama Renato in onore di René Guénon. Ha qualche ricordo del rapporto di suo padre col suo amico francese?

Ricordo un po' di libri di Guénon che spesso rileggeva sul prato, al sole, vicino a casa.

Immagine questa che, più di ogni altra, ci fa intuire quali dovessero essere le priorità per un uomo che aveva tutto sacrificato dal punto di vista delle comodità e del benessere fisico, accontentandosi di vivere del poco indispensabile (“legumi secchi, del formaggio, un po’ di cioccolato, delle uova, del lardo”!) e in quel modo “selvaggio” che gli è stato attribuito da quanti lo conobbero. Sicuramente una condizione da noi difficilmente concepibile, sommersi come siamo in un’esistenza cupa e tetra, i cui ritmi sono dettati dalla onnipresente e pervasiva tecnologia (che Guido De Giorgio avrebbe aborrito e disprezzato, se solo si pensa alla sua idiosincrasia per i marchingegni meccanici e industriali dell’epoca), la quale ci ottenebra la mente e ci avvelena i cuori, rendendo oggi impresa immane e pressoché impossibile la ricerca di attimi di verità e conoscenza vera.   

 

      Di Mohammed Keireddine, una volta ha detto che suo padre teneva la foto sul comodino: parlava mai del suo soggiorno nordafricano e delle persone frequentate in ambiente islamico?

 

Talvolta ne parlava con le persone che spesso venivano a trovarlo.

 

      Lei è stato portato da suo padre a incontrare Padre Pio, dal quale, fra l’altro, ha avuto somministrata la Prima Comunione. Che impressione ne ha ricevuto e quali ricordi conserva di quell’incontro?

 

Ricordo con molta nostalgia il lungo viaggio con la macchina condotta da un allievo di mio padre, il soggiorno in quel piccolo paesino e la messa che Padre Pio celebrava tutte le mattine alle sei.

 

      Fra gli amici di suo padre c’era Corallo Reginelli, a cui consegnò il manoscritto de La Tradizione Romana. Veniva a trovarlo spesso e di cosa discutevano fra di loro?

 

È venuto un paio di volte, non mi era molto simpatico e non credo che andasse così tanto a genio neppure a mio padre.

Corallo Reginelli era il Taurulus del Gruppo di Ur le cui “esperienze” magiche fatte in quella sede egli ha descritto in un suo testo contenuto nel terzo volume di Introduzione alla Magia, dove si dimostrano le devastanti conseguenze di un lavoro di tipo spirituale svolto da un elemento non sufficientemente qualificato e senza la necessaria guida di un maestro spirituale, per cui non è difficile pensare a effetti sul piano psichico, fisico e della stessa personalità fortemente negativi dopo esperienze simili. Tutte cose che la sensibilità di un bambino come Renato De Giorgio in quel tempo o di un adulto dalle capacità introspettive come Guido De Giorgio potevano facilmente cogliere e percepire.

 

      Lei era con suo padre quando è deceduto? In quali circostanze avvenne la sua morte e dove riposa il suo corpo?

 

Ero naturalmente presente, unitamente al medico condotto, che aveva fatto un cammino di un’ora abbondate per venire ad assisterlo. Il giorno successivo la frazione venne “invasa” da ex allievi amici e conoscenti che vennero a rendere l’ultimo omaggio al “professore”.

 

      Di un padre si ha una visione che ovviamente non può coincidere con quella degli osservatori esterni e degli ammiratori della sua Opera. Nella sua giovinezza ha avuto consapevolezza di ciò che lui faceva e degli studi cui si dedicava?

 

Nonostante la mia giovane età e, probabilmente, senza la consapevolezza che può avere un adulto, ho sempre pensato che mio padre fosse una persona eccezionale della quale dovevano essere apprezzate, nel bene e nel male, le eccezionali qualità.

 

      C’è ancora qualcosa che vorrebbe si sapesse su Guido De Giorgio che non è finora venuto fuori?    

Direi proprio di no!

Si conclude così questo breve colloquio con Renato De Giorgio, dal quale comunque contiamo di ottenere in futuro qualche altro ricordo e testimonianza, per contribuire ad inquadrare ancor meglio la singolare figura di suo padre. 

 

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