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Vite sprecate 

La figlia di miei amici ha detto ai suoi genitori l’altro giorno che «non gli piacerebbe che il suo fratellino diventasse prete, perché i preti e le suore gli sono sempre sembrati vite sprecate». Ed io sono rimasto un po’ sconcertato perché, in verità, nei miei cinquantatre anni non avevo l’impressione di star sprecando la mia vita. Ad ogni modo, la frase mi intriga e mi inquieta per tutto il giorno. Come si guadagna? Come si spreca una vita? Forse si ha un risultato solo lasciando figli consanguinei in questo mondo? Non serve una vita che va lasciando negli altri alcuni pezzetti di anima?

Però non volevo schivare il problema e trovargli facili scappatoie. Riconosco che questa domanda – a cosa sta servendo la mia vita? – dovremmo porcela, obbligatoriamente, tutti gli esseri umani almeno una volta ogni sei mesi. Perché quello di vivere è troppo bello come scopo per vederselo sfuggire come sabbia fra le dita.

Dicono, per esempio, che una vita si riempie avendo un figlio, piantando un albero e scrivendo un libro. Bene, io conosco persone che non hanno fatto nessuna di queste tre cose e che hanno vissuto una vita radiosa. E conosco pure chi ha avuto figli, piantato alberi e scritto libri e difficilmente potrebbero sembrare realizzati in nessuna delle tre cose. Perché ci sono libri che contengono molte più parole che idee; figli che dai loro genitori sembrano aver ricevuto solo il sangue; e alberi che a stento fanno ombra.

Nemmeno mi sembra che il frutto di una vita dipenda tanto dal numero di anni vissuti. E spero che qui mi perdonino i miei lettori se parlo ancora di me. Perché ultimamente questo è un problema che mi sta ossessionando. Da quando i medici mi ordinarono di «rallentare un poco il carro» non smetto di chiedermi se faccio bene ogni volta che rifiuto un nuovo lavoro o un altro invito. È meglio vivere alcuni anni in più vivendo sottotraccia? O l’ideale è logorarsi senza domandarsi quanti anni durerà il catorcio?

Io sono sempre stato un pessimo risparmiatore. Di denaro e di vita. Talvolta perché vedo che nel mondo c’è una tremenda preoccupazione di lesinare gli sforzi, l’ansia di rimandare a domani quello che non si è obbligati a fare oggi. C’è gente – mi sembra – che va verso la morte senza arrivare a provarci. Si curano. Si risparmiano. Si «conservano». Giungono all’altra vita come un cappotto sempre conservato nell’armadio.

Anni fa lessi un’orazione di Luis Espinal (il gesuita che assassinarono in Bolivia nel 1980) che mi impressionò: «Passano gli anni e, guardando indietro, vediamo che la nostra vita è stata sterile. Non l’abbiamo passata facendo il bene. Non abbiamo migliorato il mondo che ci affidarono. Non lasceremo traccia. Siamo stati prudenti e ci siamo conservati. Ma per cosa? Il nostro unico ideale non può essere quello di invecchiare. Stiamo risparmiando la vita, per egoismo, per codardia. Sarebbe terribile sprecare questo tesoro di amore che Dio ci ha dato».

Sarebbe terribile, sì, giungere al finale con l’anima immacolata, col tesoro intatto, ma senza usarlo. Credo che fosse Peguy quello che si burlava di coloro che non si sono mai sporcate le mani… perché non hanno mani. O perché non le usarono mai per nulla.

È curioso: in questo momento mi rendo conto del motivo per cui mi ha addolorato tanto la frase della figlia dei miei amici. Sento sorgere in me un ricordo che credevo addormentato. Ero un seminarista e vidi – quanti anni fa? – quella vecchia pellicola intitolata Balarrasa (che ho rivisto di recente e mi sembrò pessima), che, vista con i miei vent’anni, risultò decisiva per la mia vita in quella scena in cui un personaggio, morendo, si avviliva all’idea di farlo «con le mani vuote». Quest’immagine mi perseguitò per diversi anni. E pensai che non ci sia inferno peggiore di quello della sterilità. Sarà quel che sarà della mia vita, io dovrei lasciare qui qualcosa quando me ne andrò, fosse anche solamente una goccia di speranza o allegria nel cuore di uno sconosciuto.

Penso ora a quel verso di Rilke che, come supremo complimento alla Vergine, dice che il giorno dell’Assunzione rimase nel mondo «una dolcezza in meno». O penso a Giovanni XXIII, di cui, il giorno della sua morte, disse il cardinale Suenens che «lasciava il mondo più abitabile di quando vi giunse». Penso che importi molto poco il sapere se fra un secolo qualcuno si ricorderà di noi – sicuramente no –; perché la sola cosa che importa è che qualche seme della nostra vita starà germinando dentro qualcuno (anche se noi non lo sappiamo). Perché allora le nostre vite saranno state proficue. 

 

José Luis Martín Descalzo   

 

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