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Economia demonica

Esistono delle “cose” il contatto con le quali ha la capacità di trarre fuori dall’uomo il peggio di sé; delle esperienze che fungono da passe-partout per la dimensione meno elevata e più egoistica dell’essere che ne è coinvolto. Una di queste è il denaro, un’altra è la donna – quando l’incontro con essa non è sostenuto dalla centralità dell’essere e dalla padronanza sull’istinto animale, che automaticamente si mette in moto ogni qualvolta i due poli della sessualità vengono in contatto. Ma, mentre l’esperienza della donna offre anche delle opportunità positive e può avere dei risvolti di crescita interiore, per quanto riguarda la moneta è difficile attribuirle alcunché di positivo; nel senso ovviamente in cui positivo può essere definito tutto ciò che è posto in relazione con la dimensione spirituale e con l’elevazione e il distacco dalla condizione semplicemente umana.

La nostra non vuole essere una posizione moralistica — né tanto meno il lamento della volpe di fronte all’uva! — ma la constatazione di un dato di fatto, facilmente verificabile già su se stessi e nella cerchia ristretta delle proprie conoscenze. Questo, al di là della spudorata contraffazione realizzata da tutto un filone della cinematografia americana, in cui normalmente il ricco è anche di cuore grande, ed è sempre pronto a mettere il proprio patrimonio a disposizione di qualcuno da riscattare dalla miseria. Mettersi qui a fare l’elenco delle pellicole basate su questo schema sarebbe troppo lungo e, tutto sommato, inutile. Ci piace invece ricordare una frase di Léon Degrelle riferita da Robert Brasillach (nel suo Léon Degrelle e l’avvenire di Rex), al quale il condottiero belga narrava della sua infanzia e delle famiglie numerose dell’epoca: «Sapete, non si diventa molto ricchi quando ci sono tanti bambini da allevare, e questo è un bene».Questa “scandalosa” affermazione risulta sicuramente inconcepibile per la mentalità moderna, totalmente travolta dalla sete di guadagno e dall’ingordigia di cose materiali, eppure essa nasceva dall’esigenza di ricondurre la comunità umana entro i confini di una sana convivenza e di un onesto sviluppo spirituale.Come sappiamo, lo scontro epocale che ebbe fra i suoi protagonisti Léon Degrelle ha visto prevalere le potenze del denaro, e il mondo con cui oggi bisogna fare i conti è quello costruito a immagine e somiglianza della “divinità” che quelle forze ispirava. Ma, se è vero come è vero che il dio denaro può ispirare solo comportamenti degradanti, è inevitabile che l’umanità soggetta al suo dominio risulti essere degradata in una misura fino a qualche anno fa inconcepibile. Si è purtroppo realizzato ciò che prevedeva Sombart: «Ognuno persegue i propri “interessi”. Ciò vuol dire che i vincoli solidaristici e comunitari, che si fondavano sul principio: “tutti per uno, uno per tutti”, sono superati e continuano un’esistenza piuttosto gregaria solo all’interno della famiglia, ma sono destinati inevitabilmente a scomparire. I rapporti degli individui fra loro sono ora invece su base contrattuale-societaria ed obbediscono al principio: “ognun per sé”. Ciò significa che gli uomini sono ora legati fra di loro da “interessi” di ogni tipo (cioè da scopi dettati dal tornaconto personale) e non più da doveri, simpatie, sentimenti».
La progressiva decadenza del potere politico e il crescente disprezzo della gente per i governanti, ha avuto come unico risultato quello di consegnare gli Stati nelle mani dei potentati economici: quelle oligarchie finanziarie che stanno realizzando la perfetta contraffazione delle aristocrazie tradizionali. Dal privilegio fondato su presupposti spirituali si è passati al privilegio fondato su presupposti materiali: il diritto appunto del denaro. E siccome esiste una legge, che potremmo definire matematica, per cui all’elevazione economica di una minoranza deve necessariamente corrispondere uno sprofondamento nella miseria più nera della maggioranza, si comprenderà facilmente che le continue crisi finanziarie che interessano il pianeta, con conseguente perdita di posti di lavoro e distruzione di interi patrimoni, non sono degli accidenti imprevisti ma, bensì, un naturale processo di sviluppo per il modello adottato dai centri di potere. Quando infatti si parla di patrimoni distrutti, ciò non vuol dire che quei patrimoni si volatilizzino e cessino di esistere: semplicemente passano di mano.
In un simile quadro è facile prevedere che quanto verrà risparmiato mediante l’espulsione di forza lavoro dal ciclo produttivo, dovrà essere poi speso in maggior misura per finanziare le sempre più numerose forze di polizia, indispensabili per arginare le marre di disperati lanciati alla ricerca, non solo dell’indispensabile per sfamare le proprie famiglie, ma anche del superfluo presentato anch’esso come essenziale dalle campagne pubblicitarie. (Durante le recenti sommosse in Indonesia, che hanno portato alle dimissioni del presidente Suharto, le immagini televisive ci hanno mostrato i rivoltosi che assalivano i negozi uscire dalle vetrine fracassate con in mano monitor di computer, asciugacapelli e televisori portatili). Si può quindi prevedere che quella del poliziotto sarà una delle professioni con un futuro assicurato!
Appare allora chiaro che la soluzione non potrà essere politica, visto che Destra e Sinistra rappresentano già una frattura all’interno della comunità umana, e una scomposizione di elementi — positivi e negativi allo stesso tempo e, sebbene con diverso dosaggio, presenti in entrambi gli schieramenti — che già di per sé indicano un processo regressivo e uno scadimento antiumano. Il superamento di questa separazione può avvenire: o nella direzione ulteriormente regressiva dell’appiattimento dissolutivo, proprio del materialismo portato alle sue estreme conseguenze; oppure nel senso del recupero dei valori spirituali, in cui si ristabiliscano i corretti rapporti dettati dal “diritto naturale”, che poi altri non è se non il “diritto divino”.
Per quanti non sentono la vocazione di darsi alla politica, né tanto meno quella di fare il “poliziotto”, si pone dunque il problema di come spendere — in un simile contesto — il proprio impegno esistenziale, e che significato dare alla propria militanza. La nostra scelta, da tempo, è stata quella di gettare le basi affinché il ridestarsi della Tradizione potesse un domani trovare un terreno fertile su cui deporre i semi per una “cultura” rigeneratrice. In questa direzione si muove anche il tentativo avviato di costituzione del Fronte della Tradizione, avendo piena consapevolezza dell’enormità del compito e delle difficoltà dell’impresa. E in questa direzione andrà posto anche il problema di trasformare, in qualche modo, il “veleno economico” in farmaco. Sarà compito di quanti hanno dimestichezza con la materia di predisporre gli strumenti necessari, non per tentare di abbattere un sistema apparentemente invincibile qual è quello del potere finanziario, ma per sottrarre — se non altro — il contributo di sudore e sangue degli uomini della Tradizione dalle grinfie di banchieri ed usurai, non facendo finire nelle loro tasche una sola lira prodotta dal nostro lavoro. Si potrà così per lo meno dire che non si è contribuito, con le nostre iniziative e le nostre strutture, all’edificazione della demonica tirannia del danaro.                                                    

(Heliodromos n. 14, estate 1998)   

 

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