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ROMA E IL NATALE “SOLARE” DELLA

TRADIZIONE NORDICO-ARIA 

 

Ben pochi sospettano che le feste di questi giorni, che ancor oggi, nel secolo dei grattacieli, della radio, dei grandi movimenti di folle, si celebrano e nel1e cosmopoli così come fra trincee, macchine di guerra e masse combattenti, continuano una tradizione remota, riportanteci ai tempi ove, quasi all'aurora della umanità, s'iniziò il moto ascendente della prima civiltà aria; una tradizione, in cui peraltro si espres­se meno una particolare credenza degli uomini, che la gran voce delle stesse cose.

Volendo qui dir qualcosa in proposito, va anzitutto ricordato un fatto da molti ignorato, vale a dire, che in origine la data del Natale e quella dell'inizio del nuovo anno coincidevano, non essendo questa data arbitraria, ma connessa ad un preciso avvenimento cosmico, al solstizio d'inverno. Il solstizio d'inverno cade in­fatti nel 25 dicembre, che è la data del Natale successivamente conosciuto, ma che nelle origini ha avuto un significato essenzialmente “solare”. Ciò appare ancora in Roma antica: la data natalizia in Roma antica era quella del risorgere del Sole, dio invitto – Natalis solis invicti – Con essa, come giorno del sole nuovo – dies solis novis – nell’epoca imperiale prendeva inizio l'anno nuovo, il nuovo ciclo. Ma questo “natale solare” di Roma del periodo imperiale a sua volta, rimanda ad una tra­dizione assai più remota d'origine nordico-aria. Del resto, Sol, la divinità solare ap­pare già fra i dii indigetes, cioè fra le divinità delle origini romane, ricevute da an­cor più lontani cicli di civiltà. In realtà, come diremo, la religione solare del perio­do imperiale, in larga misura ebbe il significato di una ripresa e quasi di una rina­scenza, purtroppo alterata da vari fattori di decomposizione, di un antichissimo retaggio ario.

 

        Già la preistoria italica preromana è ricca di tracce del culto solare: carri solari, dischi, dischi radiati, stelle radiate, croci d'ogni tipo, non escluse le croci uncinate incise p. es. in asce arcaiche rinvenute in Piemonte e nella Liguria. Per tal via può constatarsi i1 passaggio, nell’Italia antichissima, della stessa tradizione, che lasciò fin dall'età della pietra tracce consimili, lungo tutti gli itinerari delle grandi migrazioni ario-occidentali e nordico-arie. Simboli, segni, jerogrammi, nota­zioni calendariche o astrali rudimentali, figurazioni su vasi, armi od ornamenti, enigmatiche disposizioni di pietre rituali o di caverne, poi, più tardi, riti e miti sopravvissuti in civiltà più tarde, se studiati secondo i nuovi punti di vista propri alla indagine spirituale e razziale del mondo delle origini, forniscono: peraltro testi­monianze concordanti e univoche non solo circa la presenza di un culto solare uni­tario come centro della civiltà delle genti arie primordiali, ma altresì circa la spe­ciale importanza che in esse aveva la data "natalizia" vale a dire quella del solsti­zio d'inverno, il 25 dicembre.

Ad evitare degli equivoci, sarà però bene ricordare ad una certa classe dei lettori quel che in questa sede abbiamo già avuto occasione di rilevare, vale a di­re, che parlando di un culto solare preistorico non si deve per nulla pensare a for­me inferiori di una religione “naturalistica” e idolatrica. È una fola, che l’antica umanità, e soprattutto quella della grande razza aria, divinificasse superstiziosamen­te i fenomeni naturali – vero è invece, che l'antichità concepì fenomeni naturali essenzialmente come simboli sensibili di significati superiori, spirituali – quindi, più o meno come sostegni spontaneamente offerti ai sensi della natura per poter presentire questi significati trascendenti. Che le cose fra la parte meno qualificata di un dato popolo antico talvolta possano anche esser andate altrimenti, ciò può essere concesso, ma evidentemente prova così poco, quanto il fatto non raro del passare in forma di superstizioni bigotte perfino in alcuni culti cristiani, in certe popolazioni incolte e fanatiche del Sud.

Prevenuto così un noto malinteso, il significato simbolico di espressioni ar­caiche arie, come “luce degli uomini”, o “luce dei campi” – landa ljòme – da­te al sole, deve risultare chiaro, e si può anche comprendere, che lo stesso intero corso del sole nell'anno, con le sue fasi ascendenti e discendenti, si presentasse pa­rimenti nei termini di un grandioso simbolo cosmico. In questa vicenda solare il solstizio d'inverno costituì una specie di punto critico, vissuto secondo una particolare drammaticità nel periodo in cui le stirpi arie originarie ancora non avevano la­sciate regioni, nelle quali era sopravvissuto il clima artico e l’incubo di una lunga notte. In tali condizioni, il punto del solstizio d'inverno – il più basso dell’eclit­tica – apparve come quello in cui la “luce della vita” sembrava estinguersi, tra­montare, sprofondarsi nella terra desolata e gelata o nelle acque o fra le cupe selve, da cui però ecco che subito di nuovo si rialza a risplendere di nuovo chia­rore. Qui sorge una vita nuova, si pone un nuovo inizio, si apre un nuovo ciclo. La “luce della vita”, si riaccende. Sorge o nasce dalle acque l’“eroe solare”. Di là dall'oscurità e dal gelo mortale vien vissuta una rinascita, una liberazione. Il simbolico albero del mondo e della vita si anima di nuova forza. È in relazione a tutti questi significati che già in tempi preistorici anteriori di millenni all’era  volgare una quantità di riti e di feste sacre andarono a celebrare la data del 25 dicembre, come data di nascita o rinascita, nel mondo così come nell’uomo, della forza “solare”.

Poco si sa che lo stesso tradizionale albero natalizio, ancora in uso in mol­ti paesi e in parte anche in Italia, ma nella forma di una faccenda da bambini o, al massimo, da buone famiglie borghesi, è un’eco residuale proprio di quell’an­tichissima, severa tradizione aria e nordico-aria. Un tale albero, ricavato da un

“sempre verde”, semper virens, cioè da pianta che non muore nell'inverno, pino od abete, riproduce l’arcaico albero della vita o del mondo, che al solstizio d’inverno s’illumina di nuova luce, cosa espressa appunto dalle candelette che lo ador­nano e che vengono accese in quella data. E i “doni”, di cui quell’albero è carico – oggi, semplici regali per bambini – raffiguravano effettivamente il simbolico “do­no di vita” proprio alla forza solare che nasce o rinasce. Ma il momento in cui il semper virens, la pianta che non muore, si rinnova e si illumina è, nel simbolismo primordiale, anche quello in cui, come si è detto, l’“eroe solare” sorge dalle acque allo stesso modo che, secondo un mito continuatosi fino al Medioevo ghibellino dopo aver avuto una parte importante nelle leggende relative ad Alessandro Magno, l’albero cosmico è anche un albero “solare” avente una intima relazione col cosid­detto “albero dell’impero” – arbor solis, arbor imperii.

Ciò ci induce a considerare un altro aspetto assai interessante delle tradizioni in parola, per il quale vog1iamo particolarmente riferirci all'antica romanità.

Il mithracismo, o culto di Mithra, come è noto, è la tarda forma assunta dal­l’antica religione ario-iranica (mazdea), in una formulazione particolarmente adatta per una mentalità guerriera. Diffusosi questo culto nella Romanità, sotto Aureliano la data del “natale solare” o solstizio d’inverno, il 25 dicembre, si identificò a quel­la della celebrazione del Natalis lnvicti, cioè della nascita di Mithra considerato co­me un eroe “solare”.

Circa il mithracismo a Roma, come si è accennato, sarebbe assai superficiale, se non addirittura grossolano, parlare sic et simpliciter di “importazioni” o “influen­ze orientali”: l'Oriente di quel tempo fu una cosa assai complessa, nella quale figura­vano elementi molto eterogenei – ma fra di essi, indubbiamente, anche parti importanti e incorrotte del più antico retaggio spirituale delle genti arie e indoeuro­pee. Nei riguardi della relazione che fu stabilita fra Mithra e il “natale solare” ro­mano, un noto studioso ebbe dunque a rilevare assai giustamente, che con questo non si venne ad una alterazione, ma piuttosto ad un rinnovamento del calendario romano secondo quel suo antico aspetto astronomico e cosmico, che esso aveva avu­to ai tempi primi di Romolo e di Numa e che conferiva alle feste il significato di grandi simboli nella coincidenza delle date di esse con grandi epoche della vita del mondo.

Dopo di che, è importante esaminare l’attributo di invictus-aniketos – dato a Mithra – all'eroe solare – e alla stessa forza solare nella nuova concezione ro­mana. È un attributo “trionfale”. Nelle originarie tradizioni ario-iraniche e affini esso è l’attributo di ogni natura celeste e, eminentemente, del sole, in quanto luce che vince le tenebre, forza luminosa urànica su cui mai quelle della notte e della buia terra prevarranno. Ma, a Roma, noi vediamo che lo stesso epiteto invictus di­viene titolo imperiale, cesareo, e noi sappiamo che mithracismo, più che esser cul­to di una divinità astratta, voleva “indurre” – per così dire – la stessa qualità di Mithra negli iniziati, per mezzo di una certa trasformazione della loro natura. È in ciò, evidente la tendenza a comprendere anche in modo simbolico e ana1ogico l’attributo “solare”, sì da poter farlo valere per l’uomo, e, propriamente, a contrasse­gnare il tipo e l’ideale di una superiore umanità – per non dire addirittura di una “superumanità”. Come il sole risorge, perennemente vittorioso sulle tenebre, così pure, in una perenne vittoria interiore sulla natura mortale e istintiva si compie un essere, che una mistica virtù rende, in via normale, eminentemente atto alla funzio­ne di re, di capo, di duce. È così che in Mithra, l’“eroe solare”, fu venerato a Roma un fautor imperii; è così che si stabilisce una intima relazione del simbolismo solare con le idee di regalità e di impero, nella loro più alta forma.       

Siffatta relazione ebbe particolare risalto nelle tradizioni eroiche delle antiche genti arie, e noi, in questa stessa sede, ne abbiamo già parlato, trattando della dot­trina mistica della “gloria”. Non volendo ripetere, dunque, cose già dette, ci limite­remo a ricordare la presenza degli stessi significati nell’antica Roma. La victoria Caesaris, cioè la mistica forza trionfale che, nel simbolo di una statuetta, dall’un Cesa­re veniva trasmessa all’altro, riflette esattamente le più antiche tradizioni ario-irani­che circa la regalità e il cosiddetto hvareno: poiché, come già dicemmo nell’artico­lo ora ricordato, l’hvareno valse come una misteriosa forza “solare” di invincibili­tà e di “gloria” che investe i duci, fa di essi qualcosa di più che semplici uomini e li testimonia, appunto con la loro vittoria.

Una antica effige romana di Sol raffigura questo dio simbolico con la destra levata nel gesto “pontificale” di protezione e con la sinistra che regge una sfera, simbolo del dominio universale, In un’altra immagine si ravvisa però lo stesso dio che trasmette il globo all'imperatore, presso ad inscrizioni, le quali riferiscono ap­punto alla “solarità” la stabilità e l’imperium di Roma: Sol conservator orbis, Sol dominus romani imperii. Un altro medaglione particolarmente interessante reca nel retto l’imagine laureata dell'imperatore – con la testa, cioè, cinta del semper virens, della fronda imperitura: a tergo si ha il dio solare con la sfera, ma in più, vicino, una croce uncinata (che noi vediamo dunque presente anche in Roma antica) e la scritta: soli invicto comiti – cioè: al dio solare, compagno invincibile. Ancora una imagine - conservata nel Museo Capitolino – ci mostra l’associazione del simbolo di Sol Sanctissimus con l’Aquila, con l’animale fatidico di Roma, che si pensava fosse anche quello, da cui lo spirito transumato degli imperatori morti veniva sim­bolicamente tratto dal rogo funerario in cielo. Testimonianze analoghe potrebbero esser facilmente moltiplicate. Non è azzardato dire, che esse ci parlano di un vero e proprio “mandato divino solare” quale anima viva di quella funzione imperiale cesarea, che, per noi, nel mondo antico, fu una specie di ultimo guizzo di signifi­cati arcaici a poco a poco perduti.

Nella antica settimana romana il “giorno del sole” era il “giorno del signo­re” – e questo significato è sopravvissuto nei tempi successivi col termine di do­menica, da dominus, signore, così come nella designazione germanica sonntag o inglese sunday per lo stesso giorno di “festa” si è conservato letteralmente il si­gnificato di “giorno del sole” e, con esso, il riflesso dell'antica concezione solare ariana. Qualcosa della sapienza dei primordi sembra dunque essersi conservato, in qualche modo, nella stessa festa attuale del Natale, per quanto la celebrazione dell’anno nuovo si sia da essa dissociata. Il simbolismo della luce vi si mantiene – si ricordino p. es. le parole del prologo del Vangelo di Giovanni: erat lux vera, quae illuminat omnem niminem venientem in hunc mùndum – così come l’attri­buto di “gloria”, che appare poco più sotto. In tracce monumentali del primo periodo romanico lo stesso simbolo della croce si unisce a quello solare.

Nel1a tradizione aria e nordico-aria e nella stessa Roma lo stesso tema ebbe una portata non soltanto religiosa e mistica, ma sacra, eroica e cosmica ad un tempo. Fu la tradizione di una gente, alla quale la stessa natura,1a stessa gran voce delle cose, parlò in quella data, di un mistero di resurrezione, della nascita o rinascita di un principio non. solo di “luce” e di nuova vita, ma anche di im­perium, nel senso più alto e augusto del termine.

  Julius Evola
 

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Solstizio d'Inverno 2014
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