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Rivoluzione e Tradizione

 
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ongiungere e integrare in senso positivo, così come ci apprestiamo a fare, due termini come rivoluzione e Tradizione potrà sembrare, a coloro che pazientemente e con fiducia ci leggono, un arbitrio fuorviante. In effetti ne avrebbero dei buoni motivi, qualora accettassimo il termine rivoluzione secondo il significato che culturalmente e storicamente già da lungo tempo si è imposto, in seguito alle violente insurrezioni del 1775 in America e – si noti il sintomatico rapporto temporale di causa ed effetti – alla sovversiva e sanguinaria campagna massonico-borghese appena quattordici anni dopo in Francia. Questi fatti furono, appunto, sovversione, sedizione e ferocia che non rientrano nel concetto specifico di rivoluzione, anche se il solito conformismo degli storici abbia creduto di esaltarli e legittimarli con questa definizione.

Noi invece, lo abbiamo più volte sostenuto, con un mondo così confuso e pregno di vergognose simulazioni non intendiamo avere nulla da condividere, nemmeno, fin dove è possibile, convergenze sul piano lessicale.

Anche sotto questo aspetto è opportuno recuperare la concretezza e la correttezza dei termini linguistici. L’ambivalenza del linguaggio nel mondo moderno (razzismo, omofobia, femminismo, integrazione ecc.) è lo strumento più subdolo della dissimulazione della realtà, ovvero della verità. Rivendicare alla nostra cultura il senso proprio della parola rivoluzione, da revolutio, cioè rivolgimento, in analogia con il moto celeste, come già ebbe a precisare Evola, non è una questione di semplice semantica, perché implica un forte contenuto simbolico denso di prospettive operative; dato che il movimento di un corpo celeste intorno al suo asse, per completare i 360 gradi di rotazione, deve ripristinare la sua posizione originaria.

La rivoluzione sociale, restando  a questa analogia, indica, pertanto, il percorso di un movimento orientato a ripristinare la intellettualità (spirituale) nella civitas hominis; vale a dire la saggezza e la verità delle origini, cioè la Tradizione in corrispondenza con la civitas Dei. Nella prospettiva di un’azione di rinnovamento, per il militante tradizionalista, Rivoluzione, Restaurazione e Tradizione, in questi tempi ultimi, si pongono come le massime e autentiche aspirazioni, le quali in coerente sinonimia indicano modalità della stessa e unica meta.

  

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In un mondo controverso come quello moderno, in cui la ruota del tempo gira velocemente e sospetti eventi globali si susseguono, si sovrappongono ed in fine, esaurendosi, si annullano, per rigenerarsi in apparenza secondo nuove vie risolutive ma in realtà per riprodurre il medesimo inconcludente vocìo, segno questo di un malessere esistenziale, sociale, morale senza sbocchi possibili, verrebbe voglia – cosa del resto tradizionalmente prevista – di rifugiarsi nell’eremitaggio. Ma chi sente vivo e improrogabile l’impegno culturale e spirituale, che deriva dalla condivisione cosciente e intelligente della dottrina e della visione del mondo e della vita della Tradizione, non può, responsabilmente, non prendere posizioni nette di lotta antagonista alla china sovversiva e apocalittica già in atto.

Intanto, per uscire dalle secche di una consuetudine infantile e inconcludente, diciamo subito che il campo della lotta vera ed efficace non è quello della violenza fisica o verbale. La nostra rivoluzione è anzitutto qualitativa e selettiva e va prima preparata all’interno di ogni singola coscienza militante; il primo atto rivoluzionario, autenticamente rivoluzionario, è quello di restaurare, secondo quel paradigma astrale di cui prima dicevamo, con una rotazione di 360 gradi, all’interno del nostro essere, la verità delle origini per contrapporla alle falsificazioni del presente.

Si tratta di ripristinare l’allineamento dell’asse verticale delle nostre qualità essenziali – vale a dire di riproporci come comunità d’élite – facendolo regredire dalle modalità corporee e sentimentali, in cui da lungo tempo si è incautamente adagiato.

Per non fermarci a delle formulazioni che, per quanto precise esse siano, potranno sembrare generiche dalla lettura sommaria di questo editoriale, anche in conseguenza del vago interesse all’approfondimento dei contenuti della cultura tradizionale nel nostro ambiente, soprattutto giovanile, cercheremo brevemente di chiarire le nostre  proposte in forma più concreta.

Uno dei passaggi necessari per porsi al di là di questo putrido mondo moderno, è quello d’impostare il proprio vivere con aderenza vera e costante ai valori della Tradizione. È indispensabile risvegliare in noi il Coraggio del guerriero; la Lealtà verso noi stessi e coloro che ci sono vicini; la Fedeltà alle scelte fatte e a coloro che le rappresentano al meglio; l’Onore come consapevolezza immutabile dell’appartenenza ad una aristocrazia dello spirito; il senso del Sacrificio nell’azione e nell’impegno disindividualizzato. Vivendo secondo queste norme qualificanti, nel tempo si conquista dirittura, chiarezza, forza.

Tenendo salde queste posizioni interiori, si rigenera un nuovo stile di vita, e le risorse conquistate (le virtù morali, la chiarezza della retta ragione, un insopprimibile impeto virile alla trascendenza di sé e del mondo) consentiranno di accedere alla indispensabile assimilazione dell’aspetto dottrinario dei principii della metafisica tradizionale.

Questo costituisce il secondo importante momento per la formazione non di una mentalità “tradizionalista”, la quale, come precisa Guénon, non è altro che una aspirazione e una tendenza, ma la via ineludibile per penetrare in un dominio così pregnante, tale da “ricevere quella direzione interiore da cui non si potrà mai più deviare”. Questa nuova condizione, oltre ad avere un risvolto personale inestimabile, permetterà di produrre con il tempo risultati anche esteriori veramente sorprendenti.

 

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La costituzione di un Fronte della Tradizione dovrà procedere, per quanto si è detto, a partire da questa svolta essenziale, in coloro che si rendono disponibili all’ormai inderogabile impegno di contrasto al mondo moderno. La puntuale chiarificazione e assimilazione dei principii metafisici, a cui fare saldo riferimento, e la condotta esemplare incentrata sui valori tradizionali storicamente espressi in tutte le civiltà normali, cioè l’aspetto finalistico e quello metodologico, opportunamente realizzati nel militante, potranno divenire le armi poderose della nostra rivoluzione.

Allo scopo di evitare equivoci, precisiamo che l’azione è una possibilità necessaria nel riferimento al contesto sociale, ma dovrebbe trattarsi di un’azione lucida, intelligente, distaccata, non pervasa dall’agitazione che distingue il fare dell’uomo moderno, il quale ondeggia tra illusioni e delusioni. Si tratta, com’è evidente, di un impegno che coinvolge tutto il senso dell’esistere, di un destino nobilmente scelto in conformità al proprio essere, e certamente il suo compimento va oltre i limiti temporali del passaggio terreno. Questo è sostanzialmente il dovere di chi si richiama alla Tradizione e rigetta totalmente le opinioni dominanti di questo mondo ispirato dall’Impostore.

Purtroppo negli anni scorsi alcuni impazienti intellettualoidi della cosiddetta nuova destra, finalmente acquietati essendosi posizionati nelle nicchie di qualche redazione o di una università, che nelle parole si dichiarano ancora antilluministi ma nei fatti soggiacciono al mito veramente incapacitante del razionalismo, da buoni seguaci dell’hegelismo, si sono convinti che quel che pensano sia il vero, e non che il vero illumini la retta ragione. Così, inconsapevoli delle loro inadeguatezze essenziali, generalizzandole, hanno pensato che la dottrina tradizionale dei cicli storici (tra l’altro da questi mal compresa) possa demotivare il militante tradizionalista. Su costoro possiamo solo dire che proiettare le proprie debolezze ontologiche e psicologiche sui tradizionalisti, persone fatte di tutt’altra pasta, non è stata una trovata intelligente né intellettualmente onesta.

 

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