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Società umana

 Osserviamo tutte le nazioni così barbare come umane, quantunque, per immensi spazi di luoghi e tempi tra loro lontane, divisamente fondate, custodire questi tre umani costumi: che tutte hanno qualche religione, tutte contraggono matrimoni solenni, tutte seppelliscono i loro morti; né tra nazioni, quantunque selvagge e crude, si celebrano azioni umane con più ricercate cerimonie e più consagrate solennità che religioni, matrimoni e sepolture. Ché dee esser stato dettato a tutte che da queste tre cose incominciò appo tutte l’umanità, e perciò si debbono santissimamente custodire da tutte perché ‘l mondo non s’infierisca e si rinselvi di nuovo.                                                                   

                                                                                                                (Giovan Battista Vico, Scienza Nuova)

 

 
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La funzione delle fiabe 

L’espressione fairy tale, fiaba, favola, racconto di fate è stata usata malamente così spesso che ai nostri giorni è diventata piuttosto ingannevole. Non saprei tuttavia come sia possibile liberarsene o trovarne una migliore: fa parte irrevocabilmente della nostra tradizione, e dice tante cose! Nell’immensa casa delle fiabe c’è posto per molti figli: miti, racconti popolari, leggende, saghe, per non parlare poi della madre comune, quella vecchia e possente pitonessa che è la religione. È una famiglia straordinaria, ed è possibile che l’oblio in cui è oggi caduta la fiaba sia dovuto al fatto che nessuno vuole più trovarsi di fronte ad una simile assemblea di Parche. Ho sentito molti genitori dire che non volevano permettere ai loro figli di leggere le favole, per paura che, diventando grandi, scambiassero per realtà i propri desideri. In un momento di maggiore sincerità, forse, avrebbero detto che giudicavano scomodo permettere ai loro figli di divorare qualcosa che è, potenzialmente, dinamite. Non che le favole possano far male a qualcuno: ma possono provocare tutta una serie di domande la cui unica risposta è la verità. È difficile immaginare un processo meno incoraggiante, per chi voglia scambiare per realtà i propri desideri.

Sarebbe assurdo negare che le favole siano soprattutto un divertimento per il bambino. Ma questo divertimento è solo la metà della favola: l’altra metà si riferisce alla natura del mondo ed ai rapporti dell’uomo con quel mondo. È un argomento che nessuno di noi è troppo vecchio per affrontare. La favola è nello stesso tempo una descrizione dell’uomo e la mappa del suo viaggio. Ognuna di queste storie è collegata, quasi attraverso un cordone ombelicale, ad una idea eterna. Scegliamo a caso fra le più semplici e le più note: per esempio, Hänsel e Gretel. Con la sua casa di zucchero e la soglia di caramelle alla menta, è un vero incanto per i bambini. Per noi, invece, è soltanto una casa. Il vero segreto è il viaggio attraverso il bosco. Se volete ritrovare la vostra strada (ritorno alle origini, ritorno alla condizione infantile), dovete, spiega la favola, seminare qualcosa di meno effimero dei piselli e dei petali di rosa. Gli uccellini mangeranno i piselli; il vento disperderà i petali. Soltanto se segnerete il vostro cammino con solidi sassi, nascosti, indistruttibili, potrete ritrovare la strada e sfuggire alla strega, cioè all’annientamento.

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Spostare l’attenzione 

  L’ultima campagna, in ordine di tempo – ma siamo certi che avremo appena il tempo di concludere il presente scritto, che già sarà cambiato l’oggetto –, è quella relativa al cetriolo iberico. Ormai siamo abituati a queste repentine campagne mediatiche: sassi lanciati nello stagno, non per smuoverne le acque stagnanti, ma per intorbidirle e agitarne la superficie, impedendo la vista del fondo.

È di alcuni giorni fa la notizia che il sito della American Library Association elencava, allarmato, i dieci titoli che, nel corso del 2010, si era cercato di censurare chiedendo la rimozione dei titoli dagli scaffali. Per sintetizzare, si trattava di testi che affrontavano temi come quello dell’omosessualità (pro, ovviamente!), o dai contenuti sessualmente espliciti e dal linguaggio offensivo, oppure incentrati sulla tossicodipendenza (da comprendere e giustificare!), sulla violenza e l’offesa alla religione. Temi, come si vede, che non incontrano nessuna difficoltà a essere trattati e diffusi a piene mani nella società “sottosopra” in cui c’è toccato nascere.

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 L’universalità Romana e l’unità della stirpe

 La Tradizione Romana, nella sua integralità vivente, rappresenta la centralità mediatrice tra Oriente e Occidente, la sintesi suprema di due tradizioni e di due atteggiamenti che si presentano polarmente antagonisti e inconciliabili. Di  qui la nota frase di Kipling che amaramente ammette l’invalicabilità della barriera tra Est e Ovest, l’opposizione di due mentalità divergenti, di due coscienze di vita, culmini distanti tra cui si agita la zona graduata degli eclettismi e delle contaminazioni.

In realtà Oriente e Occidente presentano due tipi tradizionali estremamente riconoscibili per alcuni caratteri stabili fissi e costanti: nell’uno domina l’atteggiamento statico, ascetico, l’immobilità plastica, l’irrigidimento esterno, lo sforzo centripeto unitario che attenua e annulla la vibrazione periferica per fissare una specie di tipicità interiore valorizzatrice di sviluppi spirituali tanto più enormi e profondi quanto più l’apparenza esterna si chiude non in uno schema plastico, come avvenne nell’Ellade, ma in una serie espressiva determinata da un canone metafisico di trascendenza. Nell’altro invece, cioè in Occidente, prevale il tono plastico, il ritmo espressivo polimorfo che segue, sviluppa e accentua la diffusione interiore, centrifuga, creativa nell’esteriorità delle forme di cui ognuna coglie la labilità tematica della vita in una flessione indefinita d’individualità divergenti aventi ciascuna la propria legge e l’autonomia del moto costitutivo.

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