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presso Giovanni Barbera
Via Rosario Livatino, 118
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Note sullo sfondo cosmologico

del Tetramorfo di Ezechiele

                            


Come promesso nel precedente ricordo di Giuseppe Acerbi, pubblichiamo un suo scritto destinato a suo tempo alla rivista cartacea Heliodromos. Più volte annunciato in uscita e sempre rimandato, o per ragioni di spazio o per l’edizione di numeri monografici in cui questo scritto non risultava omogeneo al resto degli interventi inseriti, approfittiamo adesso dello strumento del sito per portarlo a conoscenza dei nostri lettori. Gli scritti di Acerbi, la cui profonda conoscenza dei temi trattati e la vastissima erudizione si conciliavano con una intelligenza interpretativa unica e originale (ma sempre comunque in linea con i principi e i canoni della dottrina tradizionale), costituivano un vero e proprio “incubo” per gli impaginatori della nostra rivista, che ha sempre cercato di mantenersi agile e di immediata comprensione, in ragione dell’uso “esorbitante” delle note — veri e propri testi autonomi, in certi casi —, la cui funzione di approfondimento e chiarificazione risulta comunque fondamentale; come il presente scritto, del resto, dimostra sufficientemente.


Ezechiele (Ez.- i. 1-29) narra la visione dei misteriosi ‘Quattro Viventi’, tetracefali, ciascuno simultaneamente con volto di Leone, di Toro, di Aquila e di Angelo, dichiarando: - Ed il loro aspetto e la loro struttura era come se una Ruota fosse in mezzo ad un’altra Ruota (ibîd., verso 16).  Appare ivi per la prima volta nell’ambito della tradizione ebraica il Tetramorfo sumerico ed iranico. 

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La scomparsa di Giuseppe Acerbi


Giuseppe Acerbi è stato per un certo periodo un prezioso e autorevole collaboratore della rivista Heliodromos, dove sono stati pubblicati i suoi scritti: Kâma-Kâla: Éros e Thánatos ovvero il motivo ierogamico (n. 11 – autunno/inverno 1996/1997, prima parte, n. 14 – estate 1998, seconda parte); Edipo e l’Enigma della Sfinge tebana (n. 15 – autunno 1998/inverno 1999); Introduzione al Ciclo Avatarico – Da Matsya a Kalki (n. 16 – primavera 2000, prima parte, n. 17 – primavera 2002, seconda parte). Inoltre, sono in nostro possesso (oltre ad una sua opera dedicata al Re pescatore) altri due suoi scritti che non fu possibile a suo tempo pubblicare e che contiamo di proporre prossimamente su questo sito: Note sullo sfondo cosmologico del Tetramorfo di Ezechiele, e Metafisica dello Zero. La notizia della sua scomparsa da poco giunta ci ha particolarmente colpiti, sia per la perdita di uno studioso di valore che ancora tanto avrebbe potuto dare al pensiero tradizionale, sia per la perdita dell’uomo, quanto mai singolare e anticonformista, che avemmo modo di incontrare personalmente a Torino in occasione di un Salone del Libro, presentatoci da Ezio Albrile, suo amico e sodale, di cui riproponiamo qui di seguito un ricordo dell’amico “Pino”, apparso sul sito Atopon.   

 

Un corpo dimenticato in una casa dove abbondano gatti e qualche cane, ritrovato dopo quasi un mese dal trapasso. Non siamo in una anonima metropoli da un milione di abitanti ma in un minuscolo paesino da un centinaio di anime: nessuno si è accorto di nulla, in morte come in vita. Nessuno si era accorto di chi realmente fosse Giuseppe («Pino» per gli amici) Acerbi, geniale orientalista, scrittore – e in gioventù anche esordiente regista -, ma per i compaesani solo una presenza «strana», marginale, se vogliamo servirci di questo termine pur non avendone ancora valutato appieno la portata.

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LE VOCI DI FUORI

(Progetto per un racconto)


Ammettiamo che nell’uomo non sia spenta l’esigenza del «Nosce te ipsum», che è tutt’altra cosa della moderna scienza dell’uomo, afferrata in basso e coinvolta nel grandioso vortice dell’indagine sulla natura; di quel «conosci te stesso» che voleva dire: interrompi il flusso della tua soggezione al mondo esterno, e cerca in te per sapere se c’è un punto fermo, un’inversione di corrente, oppure tutto, realmente, scorre via in un senso, come sosteneva Eraclito. Ammettiamo dunque che in qualcuno possa sopravvivere una tale desueta esigenza, e ritenendo impertinente nei confronti dello spirito del tempo farne un oggetto d’ulteriori indagini astratte, immaginiamo il caso d’un uomo d’oggi nel cui animo avvenga un così improbabile risveglio. (Improbabile, non impossibile. Crediamo infatti che nell’uomo sopravvivano tutte le possibilità; purché si riconosca che l’eversione s’è schierata tra le conquiste).

Incominciamo col tratteggiare brevemente l’uomo del cui caso vorremmo dar conto. Età media, famiglia normale quel tanto che è consentito dal presente disordine, una discreta collocazione professionale. Sono le tre condizioni che generalmente concorrono all’assestamento, all’acquiescenza, alla stabilità. Raggiunte queste tre condizioni, la gran parte degli uomini non fa che ripetersi e decadere. Ma per uno che voglia ostinarsi a prendere sul serio la singolarità di stare nel mondo, questo può essere il momento delle verifiche e della crisi. Diciamo che fino ad ora, intento a raggiungere e consolidare il proprio stato, egli s’è lasciato credere che il meglio fosse di consentire ai tanti moti di avanzamento, che il nostro tempo sta proponendo incessantemente, con il rischio continuo di confondere progresso con fuga in avanti.

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Del politicamente utile


Dante Alighieri, nel suo De Monarchia, considera propria degli uomini guidati dagli influssi celesti la ricerca della verità e l’esigenza di lavorare per i posteri, arricchendoli con le proprie fatiche, così come essi stessi sono stati arricchiti a loro volta dalle fatiche degli antichi; ed egli stesso si propone di fornire il proprio contributo personale all’affermazione di una verità utile al bene di tutta l’umanità: «quella relativa alla monarchia terrestre [che] è la più utile e la più nascosta e non è stata affrontata da nessuno, in quanto non offre la prospettiva di un guadagno immediato».

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Heliodromos

n. 25-26
Equinozio d'Autunno -
Solstizio d'Inverno 2014
La distribuzione della rivista
è affidata a RAIDO

(per info: libreria@raido.it)
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